Uno dei giochi più attesi, se non il più atteso in assoluto di tutta la fiera. L’abbiamo provato in anteprima alla Milano Games Week e adesso siamo qui a raccontarvelo. Sì, sì, proprio qui in fiera. Venite con noi nel mondo di Sora e compagni!

Chi vi scrive (Jacopo ndr) in questo momento è seduto sui divanetti della sala stampa della Milano Games Week. Letteralmente strizzato tra due braccioli di pelle non esattamente pensati per un redattore che deve scrivere un articolo al pc. Ma Kingdom Hearts III non può attendere. Tredici anni. Tredici lunghissimi anni. Lo abbiamo atteso, visto nei trailer, nelle prove delle altre fiere, ma finalmente possiamo dirlo: Kingdom Hearts è tornato anche in Italia.

Se anche voi siete cresciuti a pane, Disney e videogames, di sicuro potete capire l’emozione con cui mi sono avvicinato al titolo targato SquareEnix in uscita il prossimo Gennaio. Anzi, faccio una premessa, questo articolo sarà strettamente personale. Sì, perchè credo che trattare questa anteprima in maniera asettica, parlando della storia di KH, sarebbe quantomeno irrispettoso nei confronti di tutti quei fan che stanno cercando di schivare gli spoiler come Neo schiva i proiettili in Matrix. Preferisco concentrarmi su quello che ho visto, ma, soprattutto, su quello che ho provato.

Prendere in mano il pad, guardare lo schermo con il logo, sentire la familiare musica della schermata di home. E’ stato come tornare indietro di quasi diciotto anni. Da qualche parte dentro di me, tra lo sterno e lo stomaco, ha iniziato ad emergere qualcosa. Un piccolo Jacopo, di pascoliana memoria, quasi del tutto sepolto sotto all’enormità di problemi, preoccupazioni e casini della vita di un quasi trentenne (Ehi! Ho detto QUASI! nda). Far partire il primo caricamento, un po’ troppo lungo, a dir la verità, ha portato quel bambino a farsi strada fino a quel punto dove sta il centro di tutto. Il cuore.

Ed è proprio da lì che parte la demo su cui abbiamo avuto modo di mettere le mani. Il Monte Olimpo. Il Titano della roccia. La scalata per raggiungerlo. Tra i tuoni, i fulmini e una pioggia scrosciante. Il mio cuore ha un sobbalzo, ma io sorrido. Lo scenario mi porta a percorrere in verticale intere pareti di montagna, con il mostro che cerca di buttarmi giù lanciando enormi macigni che devo cercare di evitare. Quando ho la possibilità di far “riposare” Sora e soci sui costoni orizzontali, ci sono gli Heartless a cercare di ostacolare il nostro cammino. Keyblade alla mano, il combattimento si fa subito frenetico. Il piccolo Jacopo si lancia sui nemici senza paura, così come aveva fatto ormai tanti, troppi anni orsono. E Sora lo segue, come nei vecchi titoli. Anzi meglio. La parte adulta nota come i combattimenti siano più veloci del passato, più reattivi. Sora è in grado di loccare i nemici con più facilità, di raggiungerli anche quando sono fuori portata, avvicinandosi a loro meglio che nei precedenti capitoli della saga. Pippo e Paperino, per quello che ho potuto vedere, sono dotati di una buona intelligenza e non ti fanno impazzire con scelte tattiche eccessivamente scellerate. Certo, non ho abbastanza elementi per giudicare con precisione, ma per quel che ho provato non mi sono potuto lamentare. I nemici cadono, uno dietro l’altro. E finalmente si arriva al Titano. Il combattimento è epico, ma non particolarmente complesso, nè lungo. Una volta colpite a sufficienza le gambe del mostro, esso cade e ci permette di raggiungerne le due teste. Da lì in poi bastano pochi colpi per metterlo al tappeto, soprattutto nel momento in cui ci viene offerta la possibilità, tramite un quick time evento, di lanciare un particolare tipo di attacco davvero, davvero potente.

Il fanciullino ormai è padrone del pad, ma soprattutto delle mie emozioni. Quando la scena finisce mi scopro a sorridere di fronte alla schermata nera di caricamento della scena successiva (anche qui, troppo lungo per essere su ps4 pro). Il nero diventa una stanza. Una stanza molto familiare. La stanza di Andy. Insieme a Buzz, Woody, Rex e Mr. Potato. Anche noi siamo diventati giocattoli. Il charachter design ci fa sembrare fin troppo degli omini della Lego, un po’ troppo spigolosi rispetto agli altri protagonisti della saga di Toy Story, ma non abbiamo tempo di stare troppo a guardarci i vestiti. Nuovi Heartless ci attaccano. Altro combattimento che ci vede accorrere in soccorso dei poveri balocchi animati che rischiano di essere sopraffatti dai mostri senza cuore. Anche qui il combattimento è movimentato, ma non particolarmente complicato. Non abbiamo avuto modo di settare la difficoltà di gioco, ma ci è sembrata essere una delle più basse. La facilità delle fusioni e delle combo, unita all’ingente quantità di danni che riusciamo a concatenare ai nemici, rende lo scontro breve e facilmente risolvibile. Da qui in avanti c’è un bel pezzo di storia, che per ovvie ragioni preferisco non raccontarvi.

Alla fine della prova, il piccolo Jacopo ride soddisfatto, ancora pieno di meraviglia e stupore per quello che ha appena visto. Poso il pad sul tavolo, mi tolgo le cuffie e mi allontano dalla postazione. Mi ci vuole qualche secondo prima di iniziare a pensare davvero a cosa ho appena assistito. Faccio un bel respiro, e inizio a riorganizzare le idee e ad analizzare il provato da un punto di vista più tecnico. La grafica è soddisfacente, curata din diversi dettagli, soprattutto nel realizzare i personaggi che ruotano attorno ai tre protagonisti del gioco. Ho particolarmente apprezzato anche alcuni dettagli, come la pioggia sul Monte Olimpo e l’erba del prato della casa di Andy.  O L’asfalto del vialetto di casa. La telecamera mi sembra abbastanza reattiva, non capita mai di non avere una buona visuale sull’azione. Le perplessità, invece, riguardano principalmente la difficoltà, alla quale concediamo però un grosso beneficio del dubbio per i motivi sopracitati, e la forse eccessiva presenza di quick time event, che rischiano di rendere il gioco, nelle sue parti d’azione, fin troppo un “premi qui qui e qui e uccidi il mostro” (A parlare è stato il fanciullino, non il redattore serio e professionale. nda).

Ma tutto questo, in fondo, conta poco. Guardo la postazione dove ho appena finito di giocare. C’è un ragazzino alla prova, avrà sì e no 13 anni. Ne dimostra meno. Sta affrrontanto un bel manipolo di Heartless, e da come usa il pad sembra davvero sia la prima volta che maneggia un Keyblade. Lui sorride, a me scende una lacrima. Tredici lunghi anni. Bentornato, Kingdom Hearts.