Wintermoor Tactics Club è un gioco di ruolo tattico con una narrazione ispirata ai romanzi visivi, ambientato in un liceo durante gli anni ’80 e combina questa sua ambientazione contemporanea con il combattimento tattico in stile RPG fantasy. Lo sviluppatore indipendente EVC, in collaborazione con l’editore di giochi indipendenti Versus Evil, ha attualmente pubblicato il titolo su PC tramite Steam il 5 maggio, con le versioni per PlayStation 4, Xbox One e Nintendo Switch che verranno lanciate entro la fine dell’anno.

In questo gioco, interpreteremo Alicia, una ragazza intelligente che ama giocare di ruolo con i suoi amici Jacob e Colin. Jacob è una via di mezzo tra un bullo ed eterno scontento, mentre Colin è il buono sempre preso di mira dai bulli di turno.

Wintermoor tactics club

L’Accademia di Wintermoor, come ogni liceo che si rispecchi, ha una serie di club che vantano diserve iniziative. Il gioco di ruolo di questi ragazzi non sono, però, un semplice hobby, ma parte integrante delle attività del club. Purtroppo però la loro tranquillità verrà spezzata da un annuncio del preside, che inviterà tutti i club nell’auditorium. Qui si scoprirà che per mantenere in vita il proprio club, bisognerà partecipare ad un torneo di palle di neve.

Lo shock e il panico invadono la sala e scatenano l’ansia tra gli studenti, anche perché il vincitore manterrà il proprio club mentre tutti gli altri verranno sciolti. Da qui inizierà un’avventura a metà tra guerra con palle di neve e quest cartacee, migliorando varie abilità e prendendo parte a sidequest e storie dei personaggi minori.


SGUAINIAMO LA SPADA

Il sistema di combattimento di Wintermoor Tactics Club è interamente a turni su griglia quadrata e decisamente accessibile. Ad ogni turno muoveremo i protagonisti, useremo abilità offensive o difensive e attaccheremo i nemici. La modalità è la stessa sia per le giocate cartacee personalizzate, sia per il torneo a palle di neve che per l’occasione andrà a trasformarsi in una giocata di ruolo cartacea.

Le tre classi principali, ovvero mago, ladro e paladino sono rispettate alla lettera. Il sistema funziona grazie anche alla possibilità di migliorare il proprio corredo di attacchi sia con le quest secondarie che con le missioni introdotte dai nostri amici. Quello che forse manca è una vera personalizzazione del personaggio che avrebbe donato un tocco di stile all’intera produzione. La nostra idea è che lo sviluppatore voglia proporre un’esperienza orientata ad un pubblico più ampio, meno avvezzo a caratteristiche e punti da distribuire.

Wintermoor tactics club


LA PAGINA DI UN LIBRO

La routine di gioco è scandita dall’esplorazione dell’intera accademia per svolgere incarichi secondari e dialogare con gli studenti, lo studio del nemico, la battaglia allo stadio, la fine delle ostilità con la meritata notte di riposo. Per muoverci tra i vari edifici useremo una mappa stilizzata dell’Accademia di Wintermoor che offre informazioni aggiuntive se manterremo il puntatore del mouse sul luogo che vogliamo raggiungere. Il tipo di storie che affronteremo sono di taglio decisamente giovanile, cosa che contraddistingue anche l’intero impalcato relativo alla storia principale. Il gioco perde l’equilibrio tra stereotipi molto di moda, come la ragazza emancipata a tutti i costi e il paladino che diventa principessina da salvare.

Abbiamo trovato interessante la fase di gioco relativa agli aspetti sociali, in cui i personaggi possono interagire tra loro per migliorare la propria affinità. Anche in questo caso nulla verrà approfondito più del dovuto, ma il completamento di questi incarichi sbloccherà nuove abilità molto utili. Man mano che il Tactics Club avanzerà nel torneo, avremo l’opportunità di portare nel nostro club nuovi “adepti”.

Wintermoor tactics club

Anche questa meccanica è risultata essere molto ben riuscita, soprattutto perché prima di usarli nel mondo di gioco, le nuove leve dovranno affrontare campagne cartacee create da noi. La veste da Dungeon Master si tradurrà nel divertirci a creare avventure personalizzate e avrà un impatto importante anche sul gameplay. La quantità di nemici, il terreno di gioco e altre opzioni determineranno le abilità di cui le nuove leve saranno dotate.

Peccato che il giocatore sia sempre limitato a soli tre personaggi in combattimento, dovendo quindi scegliere ogni volta chi tra i membri del club scartare. A nostro avviso sarebbe stato meglio aumentare la quantità di eroi sul campo di gioco almeno a quattro o cinque.

Wintermoor tactics club


GRAFICA E SONORO

Anche l’occhio vuole la sua parte e il lato artistico di Wintermoor Tactics Club è decisamente accattivante. Da un lato abbiamo un’inquadratura in isometrica e una regia che prende a piene mani dai tattici a turni giapponesi, dall’altro uno stile grafico che ricalca il fumetto americano moderno. Gli sviluppatori hanno giocato anche con la palette cromatica, alternando i toni freddi della scuola a quelli sgargianti delle campagne personalizzate e delle quest affrontate tra amici.

È una buona metafora per descrivere una situazione a suo modo pesante nella vita reale, contrapposta ad una fantasia che spesso rappresenta una via d’uscita dai problemi della vita. L’audio non rappresenta sicuramente l’aspetto più forte della produzione, ma è comunque supportato da tracce orecchiabili e scanzonate.

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Sono passati 33 anni da quando il film “Predator” di John Mc Tiernan introduceva uno dei personaggi più iconici della fantascienza horror, il quale è ora pronto a tornare in Predator Hunting Grounds. Il mostruoso alieno, nato dalla penna di Paul Monette e liberamente reinventato dal regista americano, era il co-protagonista di una pellicola violenta e ricca di pathos, foriera di un successo difficilmente prevedibile. Un indomito Arnold Schwarzenegger resta isolato in una fitta giungla pluviale, dopo che un avversario invisibile ha massacrato la sua squadra con armi ultra tecnologiche.

La seconda parte del film è basata su un appassionante duello tra la star statunitense e lo spietato extraterrestre, sconfitto solo dall’astuzia e dall’addestramento del coraggioso soldato. Il lungometraggio è stato il capostipite di una saga composta da tre capitoli: il secondo episodio del 1990, il remake del 2010 e uno spin-off che vede l’inquietante guerriero fronteggiare gli alieni di Ridley Scott (Alien vs Predator). Libri, fumetti e film d’animazione hanno contribuito a rafforzare il mito della creatura proveniente dal pianeta Yautja, pronta ad un’inedita trasposizione videoludica in Predator: Hunting Grounds. Nella recensione che segue analizzeremo il multiplayer asimmetrico di IIIFonic, pronta a cimentarsi nuovamente con il genere (dopo il discutibile Friday the 13th) e con l’obiettivo di dare nuova linfa al brand.

Predator hunting grounds

Caccia agli Umani

Cercare una trama in una produzione di questa tipologia è un’operazione alquanto inutile. Il titolo consente un’esperienza in solitario solo nel tutorial, senza dilungarsi in presentazioni testuali e filmati introduttivi. Una volta completata la fase di apprendistato non ci resterà che avviare il gioco nell’unica modalità disponibile, opzione tristemente comune a quasi tutti i titoli della categoria. Predator: Hunting Grounds prende ispirazione da Evolve, il capostipite del genere, sviluppato da Turtle Rock Studios. La comunanza tra i due prodotti è dettata sia dall’ormai classico confronto impari tra quattro utenti (3 vs 1 in PHG, 4 vs 1 in Evolve), sia dalla presenza di mob gestiti dalla CPU, inclini ad attaccare tanto il cacciatore quanto le prede.

Lo scopo del primo sarà quello di eliminare la squadra d’assalto sfruttando sia i letali strumenti di morte equipaggiati, sia la copertura fornita dalla fitta vegetazione. I secondi invece dovranno portare a termine una serie di compiti (entro la scadenza del tempo disponibile), ingaggiando frequenti scontri a fuoco con la milizia locale, al fine di raggiungere gli obiettivi e l’agognata fuga in elicottero. Ovviamente il gameplay tra le due fazioni è profondamente diverso, con l’alieno costretto ad un’approccio furtivo (onde evitare di essere bersagliato da decine di bocche di fuoco contemporaneamente) e i soldati liberi di gestire le proprie strategie di attacco.

Cacciatore

In Predator Hunting Grounds, nei panni del mostruoso guerriero del pianeta Yautja dovremo prima scoprire la posizione del team avversario e successivamente eliminarne tutti i componenti. Grazie alla visione termica potremo scorgere le presenza dei bersagli attraverso la vegetazione, prestando la giusta attenzione ai rumori provocati tanto dal loro passaggio quanto dal proiettili espulsi dai caricatori. L’invisibilità fornita dalla tuta e le incredibili capacità atletiche dell’alieno ci consentiranno di raggiungere rapidamente i rami più alti degli alberi, così da sfruttare il vantaggio delle posizioni sopraelevate. Il letale cannone al plasma installato sulla spalla del protagonista, coadiuvato dal puntamento laser dell’elmetto, ci permetterà prima di agganciare con discreta precisione la vittima e successivamente di ridurla in fin di vita con l’esplosione.

Qualora fossimo abbastanza abili nell’avvicinarci a pochi metri dall’obiettivo, le lame retrattili presenti in prossimità dei polsi favoriranno un sanguinoso attacco corpo a corpo (spesso sottolineato da “fatality” in puro stile Mortal Kombat), utile ad abbattere il malcapitato in pochi secondi. Per quanto le prime partite di Predator Hunting Grounds nelle vesti del cacciatore siano complesse da padroneggiare, l’esperienza risulta sicuramente soddisfacente, sostenuta da un’apparente sensazione di onnipotenza.

 

Osservare dal momentaneo nascondiglio gli avversari ignari della nostra posizione e studiare la strategia più appropriata per sopraffarli, costituiscono momenti di puro intrattenimento e trasmettono al giocatore un’indescrivibile “sete di sangue”. Il predatore per quanto resistente ai proiettili, non è immune ai danni da essi provocati e l’utente potrà raggiungere la vittoria solo sfruttandone tutte le caratteristiche. L’idea di fornire la creatura di una potente esplosione, innescabile poco prima dell’ultimo respiro, è un aspetto indovinato e perfettamente coerente allo spietato personaggio tratteggiato nel film.

Prede

Anche se sprovvisti dell’immortalità di Schwarzenegger, i tre soldati che compongono la nostra squadra hanno tutto l’occorrente per sopravvivere alle insidie della giungla. Oltre alla possibilità di attingere da un discreto arsenale datato di una ventina di bocche da fuoco, potremo avvantaggiarci del fondamentale elemento collaborativo e tramite la chat vocale e alcuni semplici comandi preimpostati potremo coordinare le nostre azioni a quelle degli alleati. La forza dello sparuto gruppo risiede tutta in questo fattore, visto il soverchiante numero degli avversari e il continuo aumento di quest’ultimi provocato dai fastidiosi allarmi, la cui disattivazione costituirà, per ovvi motivi, una priorità.

Come anticipato, oltre alla presenza del silenzioso extraterrestre, in Predator Hunting Grounds dovremo fronteggiare un piccolo esercito di fuorilegge pronto ad aprire il fuoco appena avvertirà la nostra presenza. L’intelligenza artificiale della milizia antagonista è il primo, grave aspetto negativo della produzione, penalizzata da mob inclini al suicidio e protagonisti di azioni inverosimili. Vi capiterà spesso di osservarli immobili mentre vengono perforati dai proiettili o aggirare le coperture per esporsi meglio alle nostre linee di tiro. Dotati di un udito vicino alla sordità, sono facilmente raggiungibili alle spalle, dove basterà un fendente del letale coltello tattico per farli passare a miglior vita.

Nonostante questi importanti difetti sarà comunque necessario evitare i pesanti danni delle loro armi e l’ottimo feedback di quest’ultime, darà vita spesso ad appassionati scontri a fuoco. Tra una sparatoria e l’altra dovremo completare gli obiettivi della nostra spedizione che varieranno dall’eliminazione di un bersaglio specifico, fino al reperimento di determinati oggetti. Nel frattempo potremo ricaricare le munizioni tramite delle apposite casse di rifornimento, senza trascurare la raccolta del prezioso “veritanio”, la moneta virtuale del gioco, utile al riscatto di svariati elementi estetici.

Infatti tutte le figure presenti nel roster (Predator incluso) potranno essere personalizzate in ogni singolo elemento, un aspetto che incrementa lievemente la longevità del titolo. Vivere l’esperienza nei panni dei soldati offre diversi spunti interessanti, il tutto impreziosito da un gradevole deja vu che investirà tutti gli amanti della pellicola originale. La tensione che si prova nell’avanzare cauti nella foresta pluviale, con timore di essere sorpresi da un momento all’altro dalla creatura aliena, immergere l’utente in un universo intrigante e pericoloso.

Una giungla sfuocata

Gli aspetti positivi finora descritti vengono in larga parte vanificati da un deludente comparto tecnico. Predator Hunting Grounds è penalizzato da un motore grafico vetusto, foriero di numerosi difetti e imperfezioni. L’ambientazione è composta in larga parte da texture sgranate, la cui scarsa definizione è infruttuosamente celata da un filtro che sfuoca le immagini. Foglie, rami ed edifici di varia tipologia alternano elementi sufficientemente curati a superfici spigolose e approssimative, lontanissime dalle produzioni moderne. Risulta davvero difficile descrivere l’orribile effetto dell’acqua, uno dei peggiori tra quelli visti negli ultimi anni.

Anche le animazioni lasciano a desiderare con sequenze che in alcuni casi sfiorano il ridicolo. Ci riferiamo in particolare alla funzione di mimetizzazione dei personaggi, che per celare la propria traccia termica possono cospargersi di fango. Ebbene la resa visiva dell’azione è paragonabile a quella di un videogame della precedente generazione videoludica, peggiorata da movenze inverosimili e dalle tracce del liquido realizzate in pura (speriamo involontaria) pixel art. Una serie di problematiche rese ancora più evidenti dagli schermi 4k, impietosi nel metterne a nudo i difetti.

Predator hunting grounds

La situazione migliora leggermente per quanto riguarda il comparto sonoro rafforzato dalla riproposizione della soundtrack originale del lungometraggio. Gli effetti presenti nel titolo svolgono sufficientemente il proprio lavoro e contribuiscono al coinvolgimento del giocatore. L’inquietante verso del cacciatore, il rumore soffuso dei proiettili che penetrano le protezioni dei nemici e gli sporadici rami che si spezzano sotto gli stivali, sono dei piccoli accorgimenti utili ad implementare l’atmosfera.

Ci saremmo aspettati una maggiore cura nel campionamento dei suoni “naturalistici”, troppo scarni rispetto al vasto ecosistema presente, un neo che non influisce eccessivamente sull’esperienza di gioco. A fronte di una buona stabilità delle sessioni quasi immuni da un leggero lag, il titolo presenta un matchmaking abbastanza lento nel convogliare i giocatori, frutto di un problema momentaneo, segnalato nella schermata iniziale e in attesa di soluzione.

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Per concludere, l’ultima creatura di casa Nintendo ha saputo rivelarsi allettante, divertente, stimolante e in grado di tenerti incollato per diverse ore davanti allo schermo. Un titolo che allo stesso tempo, però, si adatta al tuo modo di giocare, e anche coloro che hanno poco tempo a disposizione potranno godere appieno della gratificante esperienza di Animal Crossing: New Horizons. Piccoli appunti, tuttavia, vanno fatti: la batteria di Nintendo Switch, in modalità portatile, ne risente molto – con internet acceso non si riescono a fare 3 ore consecutive senza ricaricare -, senza contare che è macchinoso e poco pratico il sistema di aggiunta amici in game (limitazioni purtroppo tipiche e usuali di Nintendo). Inoltre, quando si è molti su un’isola, e soprattutto si è ospiti, possono capitare fenomeni di lag e leggeri cali di frame.

Dopo l’orrore di Sydrome nel 2015, Camel 101 ha realizzato un nuovo video fissare la data di uscita della loro prossima avventura horror per PC e console. 

Those Who Remain racconta le disavventure di Edward, un ragazzo che recatosi a Dormot, sperimenterà e assisterà a degli eventi che lo porteranno in contatto con entità sovrannaturali. Le creature che vedremo a Dormot saranno un riflesso delle spaventose azioni compiute dai suoi abitanti e di chi avrà la sfortuna di soggiornare nei proprio hotel.

Partiremo dal Motel Quercia Dorata, dove dovremmo fare appello a tutto il nostro coraggio per venire a capo dell’enigma e contrastare gli esseri ombra. Ogni scelta che compiremo si rifletterà sugli eventi e sul destino dei singoli abitanti di Dormot.

Those who remain

Impressioni. 

La breve demo ci racconta di un titolo dalle meccaniche molto classiche, con una storia che sembra davvero intrigante.

Those who remain

La meccanica della luce sembra ben fatta, ma non sappiamo se potrà reggere per tutto lo svolgimento dell’avventura senza cadere nella monotonia. I puzzle attualmente presenti sono semplici, speriamo che con l’avanzare del gioco diventino più complessi. 

L’atmosfera risulta essere decisamente ben fatta e l’idea delle sagome ben visibili nelle zone d’ombra crea un forte senso di oppressione, palpabilissimo nella stazione di servizio.

Those Who remain

La demo purtroppo non aveva molti momenti da “salto sulla sedia”, che nella maggior parte dei casi è indice di cattivo design, anche se la versione finale potrebbe essere diversa. 

Dal punto di vista tecnico ci troviamo di fronte a un titolo di media fattura, si fatto bene, ma in generale si nota che non si tratta di una grossa produzione, soprattutto dalle animazioni e da alcune ingenuità con cui sono stati costruiti i livelli. 

Those Who Remain ci ha convinti, ma è solo una demo di pochi minuti in rappresentanza ad un gioco che durerà qualche ora. Molte meccaniche sono risultate interessanti e la storia ci ha catturati, ma il tempo di gioco è stato troppo poco per trarre delle conclusioni definitive. Consigliamo di seguirlo agli appassionati di horror, poiché la versione finale potrebbe avere diverse sorprese.

 


Dreams è un gioco, se così si può definire, sviluppato da Media Molecule (il “se così si può definire” è perché chiamarlo gioco è davvero limitativo..). Forse ricorderete il team di sviluppo per i vari LittleBigPlanet.

Noi ne avevamo già parlato nella nostra anteprima dedicata al titolo in versione Early Access  al MGW19 ma adesso, finalmente, il gioco è disponibile liberamente per l’acquisto nella sua versione completa. Se puoi sognarlo, puoi farlo. Questo è il mantra che dovrebbe accompagnare ognuno di noi nella vita quotidiana e che rappresenta, a tutti gli effetti, la base portante di questa piccola grande meraviglia sandbox. Dreams ci permette di creare, condividere giocare, senza alcun tipo di limitazione eccezion fatta per la nostra originalità.

Su Dreams il gioco lo creiamo noi stessi. Possiamo mettere in concreto tutte le nostre idee creando qualcosa di veramente unico e spettacolare. Il gioco ci venne presentato come una rivoluzione, come qualcosa di mai visto. E signori e signore è davvero così, non ci sono limiti. Si può creare qualunque cosa si voglia e di qualunque genere.

Vuoi creare un tuo videogioco? Puoi farlo. Ma non si limita solo a quello, puoi creare cortometraggi, disegni, sculture, insomma tutto.

La filosofia di Dreams

Al giorno d’oggi vediamo uscire sempre più giochi open world, prodotti capaci, a volte, di farci immergere in un mondo che non è il nostro ma dove vorremmo tanto vivere. Dreams lo si può vedere come un open world, ma non come gli altri. Negli altri giochi siamo rinchiusi comunque in un mondo prestabilito, qui saremo completamente liberi da tutto. Noi creiamo i nostri confini, noi creiamo dove vogliamo immergerci. Ed è proprio questa la filosofia di Dreams: noi ti diamo i mezzi, tu usali per sbizzarrirti, per dar sfogo ai tuoi desideri e ai tuoi sogni! Ed è qualcosa di semplicemente magnifico.

Se puoi sognarlo, puoi farlo. Questo è il mantra che dovrebbe accompagnare ognuno di noi nella vita quotidiana e che rappresenta, a tutti gli effetti, la base portante di questa piccola grande meraviglia sandbox. Dreams ci permette di creare, condividere giocare, senza alcun tipo di limitazione eccezion fatta per la nostra originalità.

 

Ma in cosa consiste esattamente Dreams?

E’ un gioco che permette di creare giochi e ogni altro contenuto audiovisivo. Pad alla mano, siamo guidati passo passo da diverse sessioni introduttive. In primo luogo, dobbiamo creare il nostro Spiritello, che svolge la funzione di vero e proprio puntatore per selezionare le diverse opzioni e i differenti elementi per creare un determinato scenario. Successivamente veniamo introdotti a quella che è la Base Onirica, una sorta di hub centrale completamente personalizzabile e visitabile anche dagli altri giocatori. Al di là delle apparenze, posso assicurarvi che il titolo è veramente molto più di quel che sembra, e offre al giocatore libertà pressoché assoluta e sconfinata.

Dal menù principale di Dreams possiamo poi scegliere tra Viaggio tra i Sogni Creazione Onirica. Con la prima modalità è possibile visitare le Creazioni – anche dette Sogni – degli altri giocatori, e dunque sperimentare ciò che la fantasia e la capacità degli altri utenti è stata in grado di generare. Vi possiamo assicurare che si riesce a trovare davvero di tutto. Dalle avventure decisamente poco ispirate, della manciata di qualche minuto e dal risvolto più tragicomico che altro, fino ad esperienze davvero valide appartenenti ai generi più diversi. Abbiamo infatti platform, shooter tributo a Space Invaders, action a tema fantasy e gli immancabili horror in prima persona (a tal proposito, vi segnalo la presenza del teaser trailer del cancellato Silent Hills, P.T. ricreato in maniera a dir poco maniacale). Davvero, la sorpresa è dietro l’angolo: è possibile imbattersi, persino, in personali reinterpretazioni dei brand più famosi tra cui Dark Souls, Zelda e Crash Bandicoot. Ovviamente, la qualità di molti di essi non è tra i migliori e si tratta di creazioni prettamente amatoriali, ma non mancano numerosi giochi in grado di stupire.

Vero fulcro centrale di Dreams è, tuttavia, la già citata Creazione Onirica. In questa modalità possiamo infatti creare pressoché ogni cosa sfiori la nostra mente previa, ovviamente, la giusta formazione. Dico questo perché, nonostante le apparenze, dare vita alle nostre fantasie è decisamente complesso. Tutto si basa, infatti, sulla padronanza degli strumenti a nostra disposizione, inseriti in un sistema di creazione talmente ampio e vario da risultare sconfinato. Anzitutto, possiamo creare oggetti, scolpirli, colorarli ed animarli.

Attraverso i connettori logici, siamo in grado di sviluppare diverse interazioni: ad esempio, impostare un ponte o una piattaforma che si abbassano o si alzano quando viene premuto un pulsante. Tramite appositi strumenti, è poi possibile animare determinati oggetti che abbiamo deciso di inserire nello scenario, come piattaforme o altri personaggi, facendogli seguire pattern predefiniti. Ma questa è solo la punta dell’iceberg di un sistema che si rivela molto più complesso del previsto.

A tal contesto, ci viene in aiuto il Laboratorio dei Sogni. In questo luogo abbiamo accesso a ogni sorta di tutorial, che ci guidano nella creazione della nostra personale esperienza ludica. Si parte da spiegazioni riguardo il controllo della telecamera, il posizionamento e il ridimensionamento degli oggetti. Si passa poi al rivestimento e alla colorazione degli stessi e alla loro rifinitura. Una volta acquisita la giusta esperienza, si può pensare di passare a vere e proprie lezioni di level design sound design, che permettono di dare una struttura più organica e articolata ai mondi di gioco. Ma non finisce qui: se si vuole ottenere un buon risultato, è anche necessario capire come personalizzare il personaggio che si vuole rendere protagonista, creandolo magari da zero o ispirandoci a volti ben più noti e conosciuti. Non dimentichiamo poi i tutorial dedicati al gameplay dei personaggi, così da dotarli di mosse speciali e abilità uniche.

Cosa sarebbe poi un videogioco senza il concetto di salute danneggiamento? Ebbene, in Dreams c’è un tutorial appositamente dedicato all’argomento, l’implementazione del quale è condizione necessaria per la riuscita di un buon gioco. Ovviamente, è importante anche dotare le nostre ambientazioni della giusta atmosfera, accompagnata magari da un corretto utilizzo delle luci. Per rendere una determinata creazione giocabile più volte e invogliare i giocatori a fare sempre meglio, si potrebbe poi pensare di implementare un sistema di punteggi numerici e a tempo. Dobbiamo anche curare stilisticamente la nostra scena con una certa dose di accortezza, in modo da renderla più viva ed unica che mai. Insomma, le possibilità sono davvero infinite, così come numerose sono le tecniche da dover padroneggiare prima di ottenere un risultato soddisfacente. Dire cosa si potrebbe fare e cosa no, in Dreams, sarebbe davvero riduttivo. Possedendo la giusta dose di pazienza, fantasia e immaginazione, è potenzialmente impossibile incontrare limiti.


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Bookbound Brigade possiamo sicuramente assimilarlo al genere dei  Metroidvania 2D, ma con uno sfondo culturale, quello dei generi letterari.

Bookbound Brigade ci trasporta all’interno del mondo letterario, nel quale troveremo personaggi storici ed immaginari che convivono in pace ed armonia. Questo fino a quando il Libro dei Libri viene trafugato, causando la disgregazione del mondo letterario. Solo un gruppo di eroi, la Bookbound Brigade (la Brigata Rilegata), formata da alcuni dei più influenti e conosciuti volti dell’immaginario comune, tra cui figurano il non più di tanto regale Re Artù, l’attaccabrighe Regina Vittoria e un vegetariano amante del succo di pomodoro Conte Dracula, che faranno squadra con altri cinque famosi compagni; saranno in grado di trovare chi ha compiuto il tragico misfatto e salvare il mondo dalla rovina?

Il giocatore avrà nelle sue mani il controllo dell’intera brigata, consentendogli di raggruppare i protagonisti in varie formazioni che rendono il gameplay di Bookbound Brigade una novità in grado di portare freschezza nel bagaglio videoludico dei fruitori. Tuttavia bisogna dire che questa formula presenta vari difetti, che se non fossero stati presenti avrebbero potuto catapultare il titolo sul podio dei migliori metroidvania degli ultimi tempi. Bisogna dire innanzitutto che il sistema delle formazioni, che bisogna cambiare a seconda degli ostacoli sul nostro cammino, avrebbe necessità di una velocizzazione, riuscendo così a rendere il tutto più fluido e gradevole nelle fasi platform.

Un aspetto non all’altezza è sicuramente il sistema di combattimento, che il più delle volte si riduce alla pressione compulsiva di un unico tasto, nonostante siano stati pensati diversi modi per affrontare i vari minion e nemici principali. Tra l’altro il gameplay viene arricchito grazie alla presenza degli enigmi, che presentano un buon livello di sfida ma che tante volte ci obbligano a fare un backtraking esagerato, rovinando il fascino della scoperta e arrivando quasi ad annoiare.

Tornando alla brigata, è doveroso menzionare l’albero delle abilità e la crescita dei personaggi, che colpiscono dritti nel bersaglio e rendono più profonda l’intera esperienza. In particolare lo sblocco di nuovi poteri ci permetterà di accedere ad aree precedentemente inarrivabili e alcune di essi sono veramente divertenti da usare. Parlando di direzione artistica, andiamo invece incontro ad alcuni dei punti focali dell’opera: le animazioni sono eccelse e risulterà sempre comico guardare come il gruppo si impegna per salvarsi da una caduta! Il design di alcuni boss è perfetto, peccato per le battaglie poco ispirate, mentre le colonne sonore sono di assoluto livello e in grado di cullare i nostri sensi durante l’andamento della vicenda.

Per concludere possiamo dire che Bookbound Brigade è un raccoglitore di ottime idee che non vengono sfruttate appieno. Sarebbe stato consono pensare a un gameplay più immediato, anche per godere al meglio di alcune delle abilità. Il gioco saprà comunque regalarci un’esperienza che profuma di nuovo, vero punto di forza del lavoro di Digital Tales, e regalarci qualche sorriso grazie alla forte personalità dei protagonisti e all’originalità della trama. Sicuramente non può competere con titoli della portata di Hollow Knight o Dead Cells, con cui condivide alcuni difetti, però può donare molte ore di intrattenimento, trasportandoci in un mondo di fantasia e comicità unico nel suo genere.

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Fin troppo spesso è stato sottolineato, anche da me, come ormai oggi il mondo del videogame sia ricco quantitativamente di esponenti. Ebbene quindi non c’è nulla da sorprendersi se Mosaic, videogioco di Krillbite Studio e edito da Raw Fury, propone una formula che sa di già visto. Il videogioco fu annunciato nel lontano 2016 e fin da subito si palesò il suo scopo principale, quello di proporre una metafora della vita moderna. Questo significato è stato traslato all’interno di un prodotto, tutto da vivere con un gamepad in mano, già disponibile su dispositivi mobile, su PC attraverso Steam, su PS4, Nintendo Switch e Xbox One.

Nel gioco si vivranno in terza persona le giornate di un personaggio senza nome, bloccato in una quotidianità che lo ingoia giorno dopo giorno. Non ha amici e i suoi pensieri sono dominati dalle bollette insolute e da dei messaggi, al limite del minatorio, speditegli dai suoi datori di lavoro. L’oggetto di quest’ultimi sarà il mancato raggiungimento degli standard lavorativi dei suoi colleghi oppure l’avvertimento che al prossimo ritardo di 5 minuti scarsi, gli sarà diminuito lo stipendio. Dopo essere stato svegliato dal telefono e aver ricevuto la sua iniezione di autostima quotidiana dai suddetti messaggi, il protagonista si alza dal letto a fatica, prendendosi a schiaffi per svegliarsi completamente. Poi arriva in bagno, si prepara e si dirige al lavoro. Più o meno questa è la sua giornata tipo del personaggio, ma nel corso del videogioco uno strano incontro romperà lo schema, sottolineandone la natura alienante.

Questa rottura si concretizza in una serie di eventi giornalieri che accadono nel percorso da casa al lavoro. Il tema comune è il progressivo ritrovamento dell’umanità da parte del protagonista, prendendo coscienza della realtà malata in cui vive. Infatti si è immersi in un sistema capitalistico, il cui scopo è quello di auto sostentarsi. Vien da se che il paragone più scontato o azzeccato è quello con un parassita, che sfrutta le persone come risorse, lasciando di loro un guscio vuoto. Quindi il senso di Mosaic è la critica a ciò che il capitalismo della società moderna potrebbe divenire nell’accezione più sfrenata. La sensazione che in generale si pecchi un po’ di originalità è forte. Non è la prima volta che si trattano temi di questo tipo o che si rappresenta la disumanità della società moderna in questo modo. Tuttavia il tutto è rappresentato discretamente e in maniera coinvolgente.

Una città di grigi e colori

Naturalmente il videogioco non è propriamente sprovvisto di gameplay, anche se quest’ultimo è molto scarno. Difatti Mosaic si presenta come un’avventura narrativa in terza persona con pochi elementi puzzle, ma purtroppo è nella sua struttura ludica che il videogioco pecca. In primis i movimenti del protagonista sono piuttosto legnosi tanto che muoversi risulta al limite del frustrante. Inoltre per la maggior parte del tempo ci si limita a interagire in maniera contestuale con alcuni elementi in modo da avanzare nella narrazione. L’unico momento che rompe questa struttura è costituito da un puzzle che rappresenta il lavoro del protagonista. Si dovrà far arrivare delle “risorse” verso un punto specifico, costruendo una sorta di rete formata da griglie esagonali. Questo elemento risulta a dire il vero uno degli elementi convincenti del titolo, regalando poche sessioni ma molto assuefacenti.

Un altro elemento convincente è l’utilizzo dello smartphone, che serve a rafforzare maggiormente le tematiche di fondo. Ad esempio si sarà tempestati da spam di presunti amici che ci invitano a utilizzare qualche app o notizie opportunamente selezionate. Inoltre, proseguendo nella breve avventura, si possono scaricare app, le quali sono parodie di altre realmente esistenti, tra cui un clicker game fin troppo realistico. Il tutto sempre allo scopo di sottolineare come un uso eccessivo porti verso l’alienazione. Per sottolineare la potenza espressiva delle scene mostrate a schermo, il gioco fa uso di un contrasto tra tonalità grigie e colori. Una scelta per nulla casuale e assai vincente, regalando un’estetica molto più che apprezzabile. Troveremo da un lato il grigio a simboleggiare la quotidianità che schiaccia come un macigno il protagonista, mentre dall’altro i colori sono utilizzati per quegli elementi che rompono gli schemi della quotidianità, di cui sopra.

Conclusioni

Prima di un eventuale acquisto, bisogna essere consapevoli di trovarsi davanti ad un prodotto molto narrativo e al tempo stesso dalla scarsa longevità di circa tre ore. Ovviamente queste caratteristiche di Mosaic derivano dallo scopo che si è prefisso, ossia portare, chi lo gioca, alla riflessione su una condizione che lo coinvolge da vicino. Questo non risparmiandosi minimamente in una critica assai aspra della società moderna. A tratti può sembrare quasi derivativo, come già sottolineato, ma ad ogni modo “inscena” su schermo un racconto di forte impatto, che trova la sua diversità nella componente estetica. Di contro, come era facile aspettarsi, la struttura di gioco arranca a fare da collante ad una narrazione particolarmente ermetica.

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Sony infiamma la sua Game Collection del PlayStation Plus di novembre con due autentici capolavori.

Finalmente ci siamo, Sony ha alzato il sipario sulla prossima Instant Game Collection riservata ai suoi fedelissimi.

Il colosso giapponese ha infatti annunciato in via ufficiale quali sono i due videogame che tutti gli abbonati al servizio PlayStation Plus potranno scaricare gratuitamente nel mese di novembre. Videogame naturalmente indirizzati alla sua console di ultima generazione: PlayStation 4.

Nioh

Tutti gli appassionati della sontuosa trilogia ruolistica di Dark Souls avranno di certo già sentito parlare di Nioh. Il gioco a marchio Koei Tecmo, realizzato dai talentuosi ragazzi di Team Ninja, riprende infatti le meccaniche delle produzioni soulslike di Hidetaka Miyzakai, trascinandoci in una brutale avventura action in cui saremo chiamati ad affinare le nostre abilità, potenziare armi e sconfiggere alcuni dei più feroci antichi demoni del Giappone.

Ambientato nel sanguinoso periodo Sengoku, Nioh ci mette nei panni di un lupo solitario impegnato a combattere per liberare uno spirito guardiano dalle grinfie di uno stregone assetato di potere.

Outlast 2 

Passando al secondo titolo selezionato da Sony per i PlayStation Plus di novembre 2019, si tratta di uno dei survival horror più apprezzati degli ultimi anni, plasmato da Red Barrel dopo l’incredibile successo del primo capitolo.

Outlast 2 ci porta ad immergerci in una disperata lotta per la sopravvivenza in una comunità rurale isolata, mentre siamo sulle tracce di nostra moglie, rapita da una minacciosa setta. Dopo essere scampati alla morte in un incidente in elicottero, ci ritroveremo così a partire per il villaggio in rovina di Temple Gate alla ricerca della nostra amata mentre folli abitanti ci danno la caccia.

Nioh e Outlast 2 saranno disponibili per il download dal PlayStation Store a partire dal 5 novembre e fino al 3 dicembre. Vi ricordiamo inoltre che fino al 5 Novembre potrete scaricare i giochi gratis di Ottobre, ovvero The Last of Us Remastered e MLB 2019!

 

 

 

Il treno della nostalgia continua a correre imperterrito in questa particolare fase della nostra vita videoludica, con i posti a sedere delle prime carrozze che uno dopo l’altro sono stati occupati da mostri sacri ritornati in pompa magna con remake o remastered (come Residen Evil 2, Crash Team Racing e Spyro per citarne alcuni). Ad occuparsi della resurrezione del nostro Sir Daniel Fortesque stavolta è stata Other Ocean Interactive, che con questo remake di MediEvil può timbrare il biglietto come mai prima d’ora.

Da parecchio è già noto che non ci troveremo di fronte ad un nuovo gioco, e che le feature di questa nuova edizione saranno pressoché le stesse del titolo originale del 1998. Tuttavia, per la gran parte dei giocatori di vecchia data entrerà a gamba tesa il fattore nostalgia a conferire quel valore aggiunto alla produzione, un valore che, nonostante tutto, non ha né forma e né prezzo. In attesa che il titolo arrivi sugli scaffali il 25 ottobre in esclusiva PlayStation 4.

Bentornati a Gallowmere

L’antico incubo del reame di Gallowmere è tornato. Zarok, lo spietato stregone che viveva nella città, invidioso della felicità e della gentilezza della popolazione, si munì di un enorme esercito di demoni per conquistare l’intero regno. Le leggende narrano che il campione del Re, Sir Daniel Fortesque, riuscì a fare piazza pulita dei demoni e infine a salvare il reame sconfiggendo Zarok. Ci vorrà però ben poco per capire come le leggende abbiano smussato la verità e di come gli eventi siano stati travisati. Tuttavia, cento anni dopo questi avvenimenti, l’era di pace che si è venuta a creare ha fine, con lo stregone rivelatosi capace di riportare in vita dal sottosuolo antiche salme, mentre il mondo dei viventi viene corrotto dal suo potere malvagio.

Anche Sir Fortesque finisce però con l’essere riportato in vita da questo immenso potere, ed è ora pronto più che mai a prendersi la sua rivincita e divenire il vero eroe di cui vengono narrate le gesta. La nostra avventura, che molto probabilmente ben conoscete, avrà quindi inizio dalla cripta del campione, che pian piano inizierà ad equipaggiarsi e a migliorare le sue abilità, intraprendendo un viaggio che lo porterà al nascondiglio del suo nemico e all’inevitabile scontro finale.

In termini ludici, siamo davanti al classico action in terza persona con livelli predefiniti che potremo giocare anche più di una volta (magari per ottenere oggetti che non siamo riusciti ad aggiudicarci alla prima run). Anche se a un veloce sguardo iniziale l’esperienza di MediEvil sembri poggiare su una classica struttura a “corridoio”, alcuni livelli offrono delle “piacevoli” zone più aperte, che dovranno essere esplorate per ottenere determinati oggetti, il tutto senza mai sfociare nemmeno lontanamente in un open world. In quasi tutti i livelli sarà possibile ottenere un calice che, riempito con le anime dei nemici caduti, potremo portare nella Sala degli Eroi al fine d’ottenere armi ed oggetti utili dalle statue dei nostri vecchi compagni d’arme. Attenzione però, ottenerlo non sarà mai una passeggiata e non basterà solamente uccidere i nemici, perché spesso per raggiungerlo dovremo risolvere dei puzzle ambientali o simili. Sempre apprezzabili i combattimenti, con anche i mostri più semplici a rispecchiare una concreta minaccia, e le boss battle ogni volta diverse dove vi giocherete il tutto per tutto… pena, ricominciare il livello dall’inizio.

Ricordiamo che se scaricherete e giocherete la demo del titolo (disponibile gratuitamente sul PlayStation Store), otterrete in game un oggetto: si tratta dell’Elmo di Daniel, che se equipaggiato vi farà giocare il titolo potenziando i nemici, che diventeranno ancora più coriacei e letali!

MediEvil

 

Il punto di vista di Dan

Anche se sul piano ludico la produzione è rimasto ancorata all’esperienza generale già vista in passato, il comparto tecnico moderno riesce a colmare il sottile limite tra fantasia e immaginazione che vivemmo su PlayStation 1, mostrandoci con gli occhi di oggi quello che già vedevamo (o meglio, che pensavamo di vedere) ai tempi. Le modifiche sono state infatti effettuate soprattutto nella gestione delle immagini e dell’HUD, rifinendo il box dell’inventario e i segnalatori di salute e di scudo. Chiaramente il comparto grafico, al livello di oggi, ha offerto molte più possibilità di quanto ci si sarebbe mai potuti immaginare, e l’adeguamento effettuato da Other Ocean ha reso giustizia al nome del brand anche con il supporto al 4K.

A farci storcere il naso tuttavia è stato altro: mantenere fedele il titolo è certo una buona mossa se il pubblico è formato da soli nostalgici, ma possiamo dire che il passaggio generazionale è riuscito solo a metà. Alcuni dei difetti da cui MediEvil era afflitto su PS1 sono stati inevitabilmente trasposti, senza però rinfrescare sufficientemente il lato tecnico (ora con meno limiti). Un esempio è legato al movimento di Sir Daniel, non sempre preciso al millesimo e che in più di una occasione ci vedrà incastrati in qualche spazio angusto (magari anche solo urtando uno spigolo) senza apparente motivo. Inoltre la gestione della telecamera si è rivelata in alcune mappe il vero “tallone da scheletro”, magari disorientandoci in momenti a dir poco cruciali. Ciliegina sulla torta, il mancato inserimento del target lock, che avrebbe a dir poco attualizzato una produzione di questo genere.

La difficoltà del titolo è rimasta quasi invariata, risultando solo leggermente più abbordabile di quanto ricordavamo (o forse siamo semplicemente cresciuti noi). A farci imprecare è stata invece la gestione dei checkpoint (praticamente inesistenti) che negli ultimi anni sono valsi a questo titolo l’appellativo di “soulslike ante litteram”; per fortuna però, a snellire l’esperienza c’è la features legata all’autosalvataggio, totalmente automatico ogni qualvolta termineremo un livello.

MediEvil

Il comparto audio risulta essere una delle cose meglio riuscite, con una soundtrack veramente importante registrata di nuovo da zero dalla Prague Symphony Orchestra affiancata a un team di doppiaggio degno delle grandi occasioni. L’audio originale vede Jason Wilson riprendere il proprio ruolo di Sir Dan e Lani Minella come narratrice.

Chiaramente il titolo, data la sua importanza e l’ampia richiesta, è stato anche localizzato completamente in italiano (doppiaggio compreso), cosa che ne incrementa ulteriormente l’appetibilità. Chicca dopo chicca, con effetti sonori ripresi a piè pari (e ripuliti per l’occasione), MediEvil al netto dei suoi limiti si conferma un titolo adatto a tutti i giocatori, sempre che si scenda a patti con qualche imprecazione e a qualche sbavatura.

Gameplay

Analogamente alla trama, il gameplay di Medievil richiama esattamente le stesse meccaniche (ed emozioni) provate all’epoca della prima PlayStation: l’opera infatti, per chi non lo sapesse, è un platform con degli elementi Hack ‘N Slash dove il giocatore deve attraversare una serie di livelli, ciascuno contenente una serie di ostacoli dalla difficoltà variabile.

Man mano che si progredisce nel gioco, il nostro eroe può sbloccare numerose e preziosissime armi ed oggetti di difesa (come armature e scudi) che sono utili ai fini dell’avanzamento del titolo e che si possono equipaggiare sfruttando un apposito inventario (per aprirlo basterà semplicemente utilizzare il touchpad del vostro controller Dualshock).

Fate attenzione quando utilizzate gli scudi: essi, infatti, hanno una resistenza limitata ai colpi dei nemici, dunque una volta superato il numero prestabilito l’oggetto tende a distruggersi e vi potreste ritrovare a dover sconfiggere i nemici senza una difesa adeguata. Fortunatamente il titolo concede, in alcuni punti della mappa, di trovare dei tesori dove al loro interno potreste trovare proprio degli scudi e quindi raggirare l’eventuale problema.

MediEvil

Le modalità d’attacco presenti in MediEvil sono due: fisica (per chi preferisce un approccio più diretto sfruttando armi come spade, martelli o clave) o a distanza (in questo caso, per poter attaccare, vengono utilizzate armi a distanza come coltelli, balestre o archi). Nel caso di quest’ultime, i colpi che avrete a disposizione saranno limitati. Tuttavia, in giro per i vari livelli, è comunque possibile trovare i negozi (rappresentati da delle inquietanti facce da Gargoyle) dove rifornirsi a prezzi non eccessivamente proibitivi. In entrambi i casi è consigliato fare molta attenzione alla strategia d’attacco che si vuole utilizzare, dato che le tipologie di nemici che vi trovate di fronte hanno differenti caratteristiche e, in alcuni casi, per eliminarli conviene utilizzare le armi a distanza per evitare di trovarsi in spiacevoli situazioni.

MediEvil

Recuperare la vita nei diversi mondi di gioco non è né semplice e né scontato: In alcune piccole zone della mappa sono presenti dei punti verdi che consentono di ricaricare la vostra barra vitale. Tuttavia non tutti i livelli hanno queste zone e, quindi, se sciaguratamente non dovreste trovarlo, per riprendere la vita dovrete pregare di trovare in giro delle pozioni della vita che, vi garantiamo, sono fondamentali non solo per riprendervi ma anche per poter avanzare nel gioco senza farsi troppi problemi, dato che le pozioni intervengono automaticamente (facendovi recuperare la vita) non appena perdete tutti i punti ferita.

MediEvil

MediEvil offre, al di là dei soliti livelli, anche delle piccole subquest che rendono il titolo ancora più longevo. Fortunatamente, nella nostra prova, non siamo incappati in clamorosi cali di frame rate anche se, quando le azioni sono concitate, il titolo ne soffre leggermente. Una menzione d’onore va alla meravigliosa colonna sonora che saprà allietarvi (e inquietarvi) ogni volta che terrete il pad alla mano. Meno piacevole è invece il doppiaggio, curato discretamente come d’altronde lo era anche nella versione originale.

Il lavoro svolto dai ragazzi di Other Ocean Interactive è sicuramente notevole, e siamo sicuri che, in questo prestigioso mese di Ottobre, la remastered di MediEvil riuscirà ad imporsi molto bene nel mercato videoludico nonostante l’agguerrita concorrenza di alcuni giochi dall’aspetto vagamente horror sotto il periodo di Halloween.

Potrebbe essere difficile da credere, ma sono già passati nove anni dalla release di Fallout: New Vegas avvenuta il 19 Ottobre del 2010. Nonostante la veneranda età, rimane secondo noi uno dei migliori Fallout. Comunque il mondo dei videogiochi si è evoluto e oramai New Vegas comincia ad avere un sapore di ”old school” ad essere onesti. Quindi la cosa che più ci preoccupava di The Outer Worlds era proprio vedere come questo concetto di gioco si sarebbe adattato ai nuovi standard. Preoccupazioni del tutto motivate a nostro avviso visto che questo nuovo titolo presenta davvero poche innovazioni. Questo, comunque, non può necessariamente ledere totalmente questo tipo di esperienza di gioco e far sì che non risulti intrigante ed appassionante.

Il gioco offre ben quattro livelli di difficoltà: Facile, Normale, Difficile e Supernova, l’ultimo è una modalità sopravvivenza in cui le risorse sono limitate, i nemici sono più potenti e i compagni possono morire definitivamente. Inoltre, data la grande possibilità di scelte possibili e di finali offerti dal gioco, Obsidian stessa consiglia di rigiocare più volte il gioco così da riuscire a provare ogni tipo di scelta e relativa conseguenza sulla vostra pelle!

Uno strano senso di dejà vu

Si possono trovare molte analogie con Fallout, ed anche la storia del nostro eroe ha dei chiari richiami alla serie. In una timeline alternativa, la Terra ha formato delle colonie nello spazio, queste sono state fondate da grandi corporazioni che vi hanno anche realizzato dei veri e propri governi. Una di queste colonie è il sistema di Halcyon. Vi risvegliate in una gigantesca nave colonizzatrice, e scoprite di essere rimasti ibernati per 70 anni perché qualcosa è andato storto. Il vostro salvatore, uno scienziato chiamato Dr. Phineas Wells, aveva le risorse necessarie per svegliare soltanto un soggetto, che ovviamente si tratta del nostro personaggio. Il dottore ci racconta che la seconda nave colonizzatrice non ha avuto alcun problema ed ha colonizzato il sistema nel frattempo. Per qualche ragione, però, Wells non ha interesse a svegliare gli altri coloni presenti sulla nave, e voi dovrete scoprire il perchè!

Possibilità infinite

A inizio gioco ci viene data l’opportunità di scegliere alcune abilità principali del nostro protagonista, selezionando attributi, stato sociale e alcune caratteristiche, oltre la modifica facciale del nostro alter-ego, completamente personalizzabile grazie a un editor abbastanza completo che può soddisfare le esigenze di tutti.

Ogni volta che saliamo di livello ottenendo esperienza possiamo decidere di attribuire dieci punti a una delle nostre caratteristiche, come ad esempio l’hacking, lo scassinamento, oppure la persuasione, l’intimidazione o le armi a distanza. Fino a livello 50, le caratteristiche possono aumentare in blocco (ci sono blocchi di tre abilità simili raggruppate), mentre invece per portarle al livello 100 è necessario aumentare ciascuna singolarmente all’interno dello stesso blocco. In generale è possibile costruire un personaggio molto ben variegato, anche in considerazione del fatto che il level cap fissato a 30 permette di potenziare gran parte delle caratteristiche. Ogni due livelli possiamo, inoltre, inserire anche un vantaggio che ci fornisce un’abilità passiva utile per portare per esempio più oggetti nel nostro inventario oppure ci permette di correre o camminare più velocemente.

Una delle particolarità di The Outer Worlds è la possibilità di diventare fobico di un determinato nemico una volta subiti una certa quantità di danni, come ad esempio la paura per i robot. Se succede questo ci viene chiesto se vogliamo accettare la fobia in questione; in questo modo ci saranno aggiunti dei malus, ma anche l’opportunità di aggiungere un vantaggio alle nostre abilità.

Fulcro del gioco sono anche i comprimari, ovvero compagni essenziali per superare determinate zone e proseguire in maniera più semplice. In totale sono sei, ognuno con caratteristiche uniche in grado di influenzare anche le nostre, sommandosi e andando a potenziare il livello generale di un’attributo. Possono essere anche loro potenziati con i vantaggi ed è possibile scegliere gli equipaggiamenti da fargli indossare, oltre che determinare la loro strategia d’attacco durante un combattimento.

Un potenziale non sfruttato

La Obsidian dà un tocco decisamente interessante alla tipica distopia. Non si tratta di un malvagio despota o di un “Grande Fratello” Orwelliano ad aver preso il potere ad un certo punto, cosa di cui nessuno comunque ha memoria. Invece, sono le corporazioni ad avere il controllo, perché dopottutto senza di queste non sarebbe iniziato neanche il nostro viaggio.

Sfortunatamente il potenziale di questo mondo rimane inespresso. Gli scrittori cercheranno in ogni modo di farci capire sin dai primi minuti di gioco che le corporazioni sono il male, eventualmente anche calcando la mano con forza visto che ogni personaggio, in ogni dialogo, cita qualche slogan essendone praticamente obbligati.

La libertà delle quest

La grande capacità di scrittura del team della Obsidian si può vedere soprattutto nelle quest secondarie. Strutture complesse di quest, soluzioni multiple e interconnesioni tra diverse missioni danno un grande senso di libertà. Anche se dovessi decidere di comportarti in un modo che non era previsto dalla quest, riuscirai comunque a concluderla senza problemi, oppure se il nostro personaggio possiede già delle informazioni utili può essere in grado di trovare l’opzione più logica in ogni dialogo.

Dunque, nonostante la struttura delle quest sia molto aperta, si ha comunque la sensazione che ci sia un filo conduttore. Ogni volta avrete a che fare con una fazione o una persona che vi chiede di compiere atti ostili contro un’altra. Quando parlate poi con l’obbiettivo della missione, vi darà la sua versione della storia e a questo punto starà a voi decidere di aiutarlo oppure no. Questo tipo di meccanica, non troppo innovativa in un gioco di ruolo di questo tipo, in The Outer Worlds viene decisamente abusata; il lato positivo, però, è che ogni scelta avrà delle conseguenze.

La libertà è in generale un aspetto molto importante durante il nostro viaggio in Halcyon. Anche se non c’è un vero e proprio open world, ci sono delle zone molto grandi su diversi pianeti. Le quest e i loot vi aspettano dietro ad ogni angolo, e l’esplorazione è ciò che rende The Outer Worlds veramente divertente.

Livello grafico all’altezza?

Che Obsidian sapesse creare mondi credibili e originali non è una novità e anche The Outer Worlds conferma questo pregio della nota azienda americana. L’ambientazione fantascientifica mischiata in salsa western funziona divinamente, lasciando il giocatore ammaliato da mondi dalla bellezza naturalistica quasi surreale, avamposti decadenti e abbandonati, città corporative dal lusso sfrenato e stazioni spaziali fatiscenti. A contornare un’indole artistica riuscita ci pensa una colonna sonora godibile e ben composta che accompagna sia i combattimenti che i momenti di pace e tranquillità durante l’esplorazione o una pausa in città.

Da un punto di vista tecnico, The Outer Worlds non si comporta male su PS4 (dove abbiamo avuto modo di provarlo). Il livello dei dettagli, delle textures e delle animazioni è buono, ma niente di più. Comunque fortunatamente non abbiamo mai riscontrato cali di framerate, ma di contro ci sono capitate delle textures che si sono caricate lentamente dopo lo spostamento rapido da una zona all’altra. Parlando dello spostamento rapido: i tempi di caricamento quando si cambia zona sono di circa 40 secondi, su PS4 PRO.

Parlando invece dei controlli, la Obsidian ha trovato una giusta soluzione per ottimizzare al meglio il porting da PC a console, anche se il tutto è molto facilitato da un sistema di combattimento fin troppo semplice. Nonostante ciò muoversi in alcuni menù risulta complicato ma, il problema più grande che abbiamo riscontrato nei controlli è stato lootare oggetti piccoli come le munizioni; riuscire a targhettarli risulta abbastanza difficile e richiede del tempo.

Conclusioni

The Outer Worlds è un gioco dalla doppia personalità. Da un lato abbiamo una delle migliori esperienze GDR dell’anno, che ha tutte le potenzialità per sviluppare attorno a sé un universo che vada oltre la colonia di Alcione e si espanda ulteriormente in futuri sequel. Un gameplay divertente, mai noioso ma dai combattimenti un po’ troppo semplicistici, e che permette concretamente di assaporare gli investimenti nelle caratteristiche del personaggio; un contorno eccellente per un titolo dalla storia appassionante, ambientata in un mondo costantemente in movimento che rende partecipe il giocatore come raramente accade in altri giochi. Il quantitativo di missioni straordinario e la rigiocabilità elevatissima garantiscono un numero di ore potenzialmente spropositato da trascorrere a zonzo per la colonia. Dall’altro lato però il comparto tecnico è carente in diversi ambiti, arrivando addirittura a rompere in certi casi la magia di un’esperienza altresì eccellente. Si tratta di difetti correggibili, ma che devono necessariamente essere sistemati per elevare il gioco verso un giudizio di assoluta positività.

The Outer Worlds

Per tutti gli amanti dei GDR, The Outer Worlds è un acquisto assolutamente obbligato, un’ottima esperienza che difficilmente potrete cancellare dalle vostre menti. Anche gli amanti dei single player in generale possono prendere in considerazione l’acquisto, a patto che abbiano la pazienza di passare il loro tempo a leggere molti dialoghi. Se non rientrate in nessuna di queste due categorie probabilmente questo non è il gioco che fa per voi.

The Outer Worlds, nonostante il modo in cui appare, è un gioco che richiede tempo e dedizione per essere apprezzato in tutte le sue sfaccettature. Un po’ come la realizzazione dei prodotti della Soluzioni Spaziali, “fabbricati con cura sotto la supervisione di operai diligenti, preparati e volenterosi. I prodotti più adatti per eliminare ogni tua preoccupazione, dall’alito fatiscente che affligge la tua bocca fino ai predoni assetati di sangue. Assapora la libertà, con Soluzioni Spaziali”.

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