Il videogame può essere tante cose. Se inizialmente nasce con l’intento di intrattenere e divertire, oggi assistiamo al proliferare di molteplici obbiettivi e finalità: esistono videogames pensati per essere dei veri e propri giochi competitivi, strutturati e concepiti per offrire un terreno di scontro contro altri giocatori, dove poter far sfoggio delle proprie abilità e capacità, e giochi che hanno la pretesa di elevare il medium videoludico a forma d’arte interattiva, cercando di proporre al giocatore un’esperienza elevata. Beat The Game si configura in questa tipologia di videogames. Sarà davvero riuscito nell’intento? Scopriamolo insieme.

Partiamo dalle premesse: quando “Beat the game” è arrivato in redazione, mi aspettavo di trovarmi di fronte ad un titolo sicuramente particolare, ma al contempo stimolante e con diversi livelli di lettura. Questo titolo si è aggiudicato in tutto il mondo una serie di premi artistici nelle categorie “art” e “sound” dedicati agli indie games. Insomma, un palmares non da poco. È inutile dire, quindi, come le mie aspettative nel trovarmi di fronte un titolo artisticamente importante, per quanto non supportato da una produzione milionaria, fossero altissime.

Il concept del gioco è molto semplice, per quanto davvero efficace: il giocatore è calato nei panni di un dj senza nome che, armato di un mixer portato a tracolla, vaga in questo onirico e desertico mondo, dopo aver incidentato la moto volante (che ricorda molto quella di Darth Maul ne La Minaccia Fantasma) con cui stava viaggiando. Scopo del gioco è quello di raccogliere e campionare una serie di sonorità e infine mixarle insieme durante un evento live. La storia, in realtà, finisce qui. A farla da padrona in questo titolo sono i suoni e l’ambientazione, incredibilmente curati e di fortissimo impatto. Se i primi sono particolarmente curati, precisi e funzionali al gameplay, la seconda invece delinea l’universo in cui il giocatore si muove, oscillando costantemente tra il surreale e l’onirico: il mondo (estremamente limitato, ad onor del vero) è popolato da bizzarre creature, che spaziano da esseri bipedi composti interamente da piramidi, a mostri volanti composti da teste ciclopiche e ali da pipistrello. L’idea di fondo è quella di far vivere al giocatore un esperienza ai confini del misticismo, dove la ripetitività del beat e il mixaggio sonoro compenetrano un mondo fatto di colori e forme al limite dell’astrattismo. La sensazione è, dunque, quella di trovarsi costantemente dentro un’opera surrealista o, per dirla con una terminologia più povera, di essere in un costante trip da acido.

L’atmosfera alienante e surreale, per quanto piacevole in un suo modo contorto e distorto, non riesce però a nascondere (o meglio a sopperire) a quelli che sono i reali problemi del gioco, che si mostrano nella loro interezza, quando si va ad analizzare l’opera per quello che realmente dovrebbe essere, ovvero un videogioco: i comandi sono pochi ed essenziali: ci si può muovere clickando con il mouse nella direzione che si vuole raggiungere, oppure in maniera continuata con i classici comandi “wasd”. Se il primo risulta difficoltoso per via di una visuale che non favorisce il puntamento preciso, la tastiera, di contro, offre ben poche emozioni. L’impossibilità di correre, saltare e salire sugli ostacoli per superarli porta a lunghe (nonostante la mappa sia in realtà molto piccola) sessioni di prolungate pressioni di un singolo tasto per compiere movimenti, che normalmente vengono interrotte da una non precisissima definizione dei contorni tanto del protagonista quanto degli oggetti a schermo. Il risultato è che spesso ci si trova a dover “fare il giro largo” per evitare ostacoli, il che non fa di certo bene all’esperienza di gioco complessiva. Congiuntamente a questo fatto, poi, abbiamo un sistema di enigmi pressoché inesistente, dato che i suoi si possono comodamente raccogliere con uno scanner che evidenzia, semplicemente ruotando la visuale i punti di campionamento sparsi per la mappa, e i pochi oggetti che servono per completare i puzzle vengono raccolti ed utilizzati automaticamente all’occorrenza. La parte finale del gioco, ovvero il concerto live, si limita ad essere una serie di quick time event piuttosto ripetitivi, che purtroppo smorzano quella che avrebbe potuto essere un piacevole dj set simulato.

Insomma, il problema di questo titolo è che è un videogioco. Il concept lascia davvero impressionati per la sua alienante atmosfera e la sua capacità di stupire l’occhio e l’orecchio dell’giocatore. Un’opera che solletica i sensi ma che, purtroppo, non riesce a prendere nel momento in cui, comandi alla mano, ci si trova a dover gestire il tutto. In più l’esperienza di gioco non dura più di un’ora in tutto: Se ci fossero stati più quadri, più livelli, con altri suono o altre ambientazioni (Come, per altro, il gioco stesso sembra farti intendere), avremmo potuto parlare di un titolo davvero interessante, seppur non esente da difetti. In questo modo però, ci sembra troppo poco, motivo per cui non posso dare un voto a questo  Beat The Game.

Per giudicare il valore di un’opera, non si può non pensare se il mezzo artistico utilizzato sia efficace, riesca cioè a far arrivare il messaggio (qualunque esso sia) al fruitore. Ecco, per noi Beat The Game è un’opera piena di significato e di potenzialità che difetta, purtroppo, proprio nella sua pretesa di essere fruita attraverso mezzo videoludico.