Activision ritorna alla carica dopo il successo di Crash N’sane Trilogy con un nuovo remake dedicato al draghetto viola nato con la prima Playstation, parliamo infatti della Spyro Reignited Trilogy.

Spyro Reignited Trilogy racchiude in sé i primi tre titoli, pubblicati per la prima PlayStation: Spyro The Dragon, Spyro Ripto’s Rage e Spyro Year of the Dragon.
La creazione di questo remake è stata assegnata da Activision a Toys for Bob: studio di sviluppo di diversi titoli tra cui alcuni Skylanders. Spyro ha da sempre rappresentato un’importante icona per i videogiocatori della scorsa generazione (parliamo di giochi rilasciati nel 1998-2000) risultando essere uno dei migliori titoli sviluppati per la prima console di casa Sony da Insomniac Games.

Il gioco era dedicato principalmente ad un pubblico giovane, soprattutto per via dell’età media dei videogiocatori dell’epoca. Ciononostante tutti quelli che hanno avuto modo di crescere assieme al simpatico draghetto e di appassionarsi alle sue avventure, han continuato, negli ultimi anni, a chiedere a gran voce il suo ritorno (specialmente in seguito al remake dedicato a Crash). Queste richieste sono state ampiamente esaudite grazie alla creazione di questo remake composto da ben tre giochi.

Come abbiamo già avuto modo di indicare Spyro Reignited Trilogy è un remake vero e proprio dei primi giochi dedicati a questa importante icona, poiché gli sviluppatori, non avendo accesso al codice sorgente originale, han comunque fatto in modo di ricostruire da zero tutti i livelli, personaggi e così via; non si tratta dunque di una remastered! Ci teniamo a precisare fin da subito che il team di sviluppo è riuscito al meglio nell’impresa di dare una nuova vita a Spyro, così da farlo ritornare più in forma che mai per le console della attuale generazione.

Ecco così che ci ritroveremo a seguire le avventure di Spyro e della sua libellula Sparx per sconfiggere Nasty Norc e salvare i draghi dal suo incantesimo (Spyro The Dragon), soccorrere la terra di Alavar dal mago Ripto (Spyro Ripto’s Rage) e ritrovare tutte le uova rubate durante la celebrazione dell’anno del Drago (Spyro Year of the Dragon). Inoltre rincontreremo anche tutti gli indimenticabili e simpaticissimi personaggi e ritorneremo ad esplorare tutte le magnifiche e variegate terre che caratterizzano ciascun gioco.

La formula di base dei tre giochi è sempre la stessa, ed è ovviamente invariata rispetto al titolo originale; si tratta dunque di un semplice gioco platform (intervallato dal alcune sezioni “più arcade”) caratterizzato dalla combinazione di diversi elementi di gameplay per riuscire a superare ciascun livello. Si partirà così dalla semplice possibilità di caricare i nemici, sputare fiamme e planare fino ad arrivare al nuoto, soffio di ghiaccio e così via. I vari livelli giocabili saranno sempre raggruppati in più mondi esplorabili, ed in ciascuno di questi sarà possibile trovare gemme (più o meno funzionali a livello di gameplay per riuscire a passare da un mondo al successivo), draghi o uova da salvare.

La salute del draghetto viola sarà indicata attraverso la nostra libellula: Sparx; infatti questa avrà un colore variabile a seconda della nostra salute rimanente.
Potremo subire un massimo di quattro colpi dai nemici (giallo, blu, verde ed infine sparirà), che potremo comunque recuperare, rinvigorendo Sparx colpendo vari animali presenti nei livelli. In aggiunta avremo un indicatore con il nostro numero complessivo di vite rimanenti, e per ciascun livello potremo sempre controllare quanti e quali collezionabili ci mancano.

Dal punto di vista tecnico il team di sviluppo è riuscito a svolgere un lavoro decisamente encomiabile ricostruendo alla perfezione l’intero universo di Spyro e valorizzandolo al contempo con una stupenda grafica decisamente al passo con i tempi grazie ad ottime texture, un’illuminazione realistica, un’eccellente modellazione di personaggi ed ambient, il tutto condito con un framerate stabile in ogni situazione. Tutto questo racchiuso in un’avventura in grado di intrattenere tutti (in particolare quelli che cercheranno di completare ciascun gioco al massimo) per un totale di oltre 18 ore, con una durata di ogni gioco di circa 6 ore.

Starlink Battle For Atlas è un nuovo titolo sviluppato da Ubisoft e costruito sulla base di un’idea tanto interessante quanto originale.

Trama

In seguito al contatto con un alieno atterrato sulla terra, l’astrofisico Victor St. Grand ha dato inizio ad una spedizione segreta alla volta della galassia di Atlas, luogo di provenienza dell’alieno chiamato Judge. Una volta giunti sul posto, però, St. Grand verrà rapito poiché in possesso d’informazioni su come creare il Nova, una fonte di energia utilizzata dai membri dell’iniziativa Starlink come carburante. La storia dei membri dell’iniziativa si andrà immediatamente ad intrecciare con quella di altri personaggi come il gruppo Star Fox. 

Tutti questi personaggi potranno divenire protagonisti della nostra avventura, e starà a noi decidere quale, grazie al sistema alla base di questo titolo che descriveremo più approfonditamente parlando del gameplay. Così, grazie ad una narrazione di buon livello ed una storia che, pur non brillante per originalità e complessità riesce ad intrattenere sia grandi che piccini, la trama si andrà a dipanare lungo i numerosi pianeti presenti all’interno di questa galassia.

Gameplay

La peculiarità più grande che getta le fondamenta di Starlink Battle for Atlas è la “costruzione” della propria navicella utilizzando parti in plastica che potrete trovare all’interno della confezione del gioco o acquistare singolarmente. L’idea di trasporre dei giocattoli reali all’interno di un videogioco è già stata utilizzata in altri titoli come Skylanders, ma qui assume un aspetto più importante legato alla possibilità di scambiare qualsiasi elemento della nave in qualsiasi momento e ritrovarci il cambiamento contestualmente all’interno del gioco.

Difatti nel bundle base di Starlink potrete trovare un supporto per il controller della vostra console, una navicella (composta da un corpo centrale e due ali), un pilota e tre armi. Dopo aver montato il supporto sul controller dovrete collegarci il vostro pilota, per poi inserire la navicella ed infine le armi (una per lato visto che ciascuna ala sarà dotata di uno slot). Ciascuna di queste parti potrà essere modificata in qualsiasi momento per far fronte ad esigenze diverse, o in particolare nel caso della nave per ottenere una “vita in più” in caso di sconfitta.

Le ali delle varie navi potranno essere interscambiate in base alle nostre preferenze, poiché queste andranno a modificare determinati parametri (velocità, controllo, difesa, energia) che saranno ovviamente variabili per ciascun veivolo. Sarà altresì possibile montare altre ali nello slot per le armi, così da ottenere navicelle più performanti e complesse. Le varie armi presenti saranno caratterizzate da un elemento: ghiaccio, fuoco, vuoto, gravità e neutrali, oltre che una diversa modalità di fuoco come missili a ricerca, raffiche automatiche, raggi e così via. 

In Starlink i differenti nemici che ci si paleseranno d’innanzi sui diversi pianeti avranno vulnerabilità variabili a certi elementi e potranno essere combattuti con maggiore efficacia con determinati tipi di fuoco delle armi. Per questo motivo sarà essenziale modificare le nostre armi secondo occorrenza, così da risultare sempre efficaci al massimo. Alcuni di questi elementi potranno inoltre combinarsi tra loro così da incrementare il danno inflitto; ad esempio congelare un nemico ed in seguito colpirlo con un’arma di tipo fuoco darà shock termico, o creare “singolarità” con le armi da vuoto e colpire queste con armi incendiarie o di ghiaccio creerà vortici elementali.

I piloti, inoltre, avranno abilità uniche che si ricaricheranno con il tempo come la possibilità di rallentare il tempo, creare onde soniche, effettuare colpi precisi e così via, oltre che un albero delle abilità. Armi e navi, invece, presenteranno degli slot all’interno dei quali potremo inserire delle mod che troveremo all’interno di casse o sconfiggendo nemici; queste saranno essenziali per aggiungere alcune proprietà al nostro armamentario e migliorare ancor più le varie statistiche.

La nostra navicella potrà anche atterrare sulla superficie dei diversi pianeti; navigando sulla loro superficie, infatti, potremo dare inizio all’esplorazione ed a missioni primarie e secondarie. Ci troveremo frequentemente ad affrontare nemici di diverso tipo, ma i combattimenti in volo o a terra, per quanto semplici (avendo unicamente la possibilità di saltare, schivare, attivare lo scudo e fare fuoco) riescono a divertire e difficilmente ad annoiare, proprio grazie alla componente dello scambio continuo di armi ed altre parti.

Esplorando un pianeta avremo numerose cose da fare, come ad esempio ricercare gli esemplari di flora e fauna locale scansionando il DNA di questi ultimi, conquistare avamposti, scoprire punti di interesse e migliorare osservatori e miniere presenti. Questi ultimi due ci consentiranno di scoprire automaticamente vaste aree di un pianeta ed aumentare il nostro rifornimento costante di electrum (necessario per sbloccare potenziamenti della nostra “nave madre”: la Equinox).

Sarà anche possibile acquistare il gioco ed i vari pack di armi, personaggi e navi direttamente in digitale, questo risulterà in una maggiore funzionalità e comodità data dal maggior ingombro che la controparte fisica può dare sul controller, andando però un po’ a perdere la reale natura centrale del titolo; senza poi considerare il fatto che i più giovani certamente apprezzeranno molto di più la possibilità di utilizzare veri giocattoli all’interno di un videogioco.

Longevità

Starlink Battle for Atlas non presenta una longevità legata alla trama principale elevata; difatti è possibile completare la sola storia principale in circa 7 ore. Questo però senza poi contare la possibilità di intraprendere alcune trame secondarie come quella di Fox McCloud dedicata a Nintendo Switch. Il titolo però fa suo punto forte l’esplorazione e la ricchezza di contenuti, così da allungarne discretamente la giocabilità.

Comparto Tecnico

Dopo aver provato il titolo durante la GamesWeek, il nostro più grande dubbio era riguardo alla grafica. Adesso ci sentiamo di affermare senza alcun problema che Starlink presenta una grafica su console di ottimo livello, con texture di buon livello, oltre che numerosi elementi a schermo e dettagli apprezzabili. Tutto quanto riesce a dare grande risalto alle ambientazioni dei diversi pianeti esplorabili, tutte uniche e ben diversificate, così come del resto lo sono piante ed animali.

Di buon livello anche il comparto sonoro, parlando in particolare delle musiche e degli effetti. I doppiaggi in italiano riescono nell’intento di dare maggiore personalità e carattere ai differenti personaggi presenti. Da appuntare, inoltre l’ottimo livello di manifattura dei giocattoli disponibili. Infine dal punto di vista dei bug non abbiamo praticamente nulla di particolare da evidenziare non avendo riscontrato nessun problema durante la nostra partita.

In attesa dell’ormai annunciato The Elder Scrolls VI ritorniamo ancora una volta a Tamriel per l’uscita di una nuova maxi espansione per The Elder Scrolls Online, ovvero Summerset.

Ambientato nell’isola di Summerset, patria degli elfi alti (o Altmer che dir si voglia), questo nuovo DLC per TESO si prefigge l’obiettivo di arricchire di contenuti un titolo già di per se a dir poco immenso; difatti va ad aggiungersi ad una serie di espansioni minori ed alla più recente maxi espansione “Morrowind”. Scopriremo che l’arcipelago di Summerset ha aperto i suoi confini, a lungo chiusi sia al turismo che al commercio, a visitatori stranieri per decreto della nuova sovrana degli elfi alti, ovvero la Regina Ayrenn. Il nuovo territorio, la cui capitale è rappresentata dalla città di Alinor, è essenzialmente costituito da numerose isole ricche di vegetazione e di una stupenda ed altrettanto ricca fauna.

Appena giunti sul posto, però, ci renderemo conto che c’è qualcosa che non va e che tutti gli stranieri in arrivo stanno misteriosamente scomparendo (così come alcuni abitanti) e saremo incaricati da Razum-dar (primo personaggio incontrato sull’isola, che scopriremo in seguito essere parte della rete di “intelligence” della regina) di svelare il mistero che si cela dietro tutti questi eventi. Ben presto però apprenderemo che la questione è ancora più seria e preoccupante di quanto sembri e che potenti e misteriose forze si celano nelle profondità di Summerset. Fortunatamente, però, non saremo soli contro le forze del male, infatti incontreremo un esponente del famoso Ordine Psijic, del quale potremo persino entrare a far parte sbloccando un nuovo albero delle abilità (cosa che consigliamo di fare prima di cimentarsi nelle numerose quest secondarie) dedicato a magie di cura e di supporto. Come ulteriore aggiunta è stata introdotta la possibilità di craftare gioielli come anelli e collane presso un apposito banco di creazione e ben tre nuove case in aggiunta a quelle già presenti.

Abbiamo molto apprezzato la cura e la dovizia di particolari per queste nuove ed inedite ambientazioni che rendono tutte le isole esplorabili e le location principali delle vere perle. In aggiunta a tutto questo abbiamo anche numerose nuove tipologie di nemici e creature, tutti estremamente ispirati e adatti ai luoghi in cui si trovano. Tutto ciò contribuisce a creare un’atmosfera d’insieme di grande impatto costruendo ciò che potrebbe essere una delle ambientazioni meglio riuscite dell’intero titolo, considerando anche il fatto che in questo caso, a differenza di Morrowind, il team di sviluppo è partito quasi da zero per lo sviluppo e la creazione di Summerset visto che prima di oggi la patria degli elfi alti è stata “rappresentata” unicamente in The Elder Scrolls Arena, titolo del 1994 per PC.

L’intero titolo riesce a convincere sia per le vicende trattate (anche se non neghiamo che dal lato narrativo si sarebbe potuto fare qualcosa in più) e sia per la durata complessiva che può persino superare le 30-35 ore per il completamento di ogni missione, alle quali bisogna aggiungere anche due nuovi dungeon ed il Cloudrest Mini Trial, ovvero una sfida per dodici giocatori con tre boss minori ed uno finale. Questo nonostante la minore enfasi posta su ciò che questo titolo è veramente, ovvero un MMORPG, e ce ne renderemo facilmente conto durante la quest principale che risulta essere, a nostro avviso, adatta ad un nuovo titolo The Elder Scrolls in single player. Ricordiamo infine che The Elder Scrolls Online, così come questa espansione Summerset, risulta essere totalmente in lingua inglese, per cui i meno avvezzi potranno trovare non poche difficoltà nel seguire la narrazione ed i vari dialoghi.

Eccoci a parlare di Detroit Become Human, l’ultimo titolo prodotto da QuanticDream che si trova in bilico tra film e videogioco.

Detroit Become Human è la nuova esclusiva per PS4 prodotta da QuanticDream, sviluppatori di Heavy Rain e Beyond Two Souls. Parliamo di titoli che hanno sempre fatto parlare di sè per la loro trama, punto cardine di tutte le produzioni partorite dalla mente del luminare David Cage. Pertanto cercheremo di focalizzare la nostra riflessione il più possibile su questo importante aspetto cercando, al contempo, di evitare qualsiasi genere di spoiler.

Trama

Detroit Become Human ci porta in un futuro non molto lontano dal nostro (ci troviamo nel 2038) ma estremamente avanzato. La più importante scoperta in ambito tecnologico è stata la creazione degli androidi, macchine dall’aspetto umano composte da diversi biocomponenti (come il cosiddetto sangue blu) e dotate di una propria “intelligenza artificiale”.

Questi androidi sono stati “integrati” in ogni strato della società ed utilizzati in ogni parte del mondo e per gli usi più disparati: dall’uso come semplici maggiordomi passiamo a badanti per i propri figli, giardinieri, inservienti, per scopi sessuali e tanto altro ancora. In questo contesto che potremmo definire di schiavitù è stata anche instaurata una vera e propria segregazione nei confronti delle macchine che si trovano così ad avere compartimenti separati all’interno dei mezzi pubblici, scale e percorsi dedicati esclusivamente a loro e separati da quelli degli umani e così via. L’eccessivo utilizzo di androidi in ambito lavorativo ha inoltre fatto sì che si innescasse una scintilla di odio in alcuni umani che si sono visti portare via il proprio lavoro.

In questo contesto generale si svolgerà la storia di Detroit Become Human, ambientata nelle strade della città di Detroit, attraverso gli occhi dei nostri tre protagonisti: Connor, Kara e Marcus. Il primo è un androide di ultima generazione creato apposta per essere utilizzato in ambito investigativo per supportare le forze dell’ordine (ad esempio come negoziatore, come abbiamo anche avuto modo di vedere nella demo), mentre invece gli altri due sono essenzialmente androidi per uso domestico.

Queste “tre trame” (anche se alla fine potremmo tranquillamente parlare di un’unica trama) si dipaneranno parallelamente l’una all’altra e potrebbero persino arrivare a toccarsi tra di loro. Sostanzialmente però il tema principale sarà quello dello sviluppo di una coscienza propria e di emozioni da parte di tutte queste macchine le quali diventeranno “Devianti” (come si può anche facilmente intuire dal titolo e da ciò che è stato mostrato nei vari trailer, a partire dal primo e commovente cortometraggio intitolato “Kara” e pubblicato nel 2012).

Il grande successo della trama di questo titolo è da ricercarsi in svariati aspetti: innanzitutto ci vorrà davvero poco per rendersi conto della a dir poco magistrale regia e scenografia che c’è dietro, consentendo una facile immedesimazione nei diversi personaggi; in secondo luogo bisogna mettere a conto che parliamo di una trama che è stata congegnata per essere diversa dalla solita “ribellione delle macchine” per l’introduzione di alcuni aspetti che servono per fare riflettere il giocatore che si trova dall’altra parte dello schermo (non mancheranno le rotture della “quarta parete” che però ritroveremo, inaspettatamente, nel menu principale).

Infine l’ultimo elemento portante dell’opera, ed in generale caratterizzante dei titoli QuanticDream, è la possibilità di effettuare scelte che vanno a modificare radicalmente il futuro con il cosiddetto “butterfly effect”. Questo aspetto in Detroit Become Human è stato portato a livelli a dir poco estremi con una miriade di strade, possibilità e scelte effettuabili (tutte consultabili da un apposito diagramma nel menu di pausa e dedicato ad ogni livello) che vi porteranno a voler rigiocare più e più volte il titolo per poterne analizzare ogni aspetto. Inoltre è stata introdotta una meccanica che per ogni scelta sbloccata nel diagramma di una missione ci ricompenserà con dei punti utilizzabili nel menu principale per sbloccare filmati, musiche, bozzetti e modelli.

Gameplay

Detroit Become Human è un gioco fortemente story-driven (legato alla storia), al punto da lasciare praticamente nulla al comparto del gameplay che si limiterà, dunque, al semplice controllo del personaggio, esecuzione di azioni particolari o scelte di dialogo tramite la combinazione di uno o più pulsanti, e di quick time event; questi ultimi però assumeranno grande rilievo poiché in alcuni casi potrebbe bastare commettere uno o due errori per perdere completamente un personaggio o NPC.

Inoltre molto spesso avremo il tempo contro di noi e quindi dovremo mediare delle scelte anche in questo senso, cercando di capire cosa è più importante fare nel tempo che ci rimane. Nessuna paura però, perché se non vorrete assumervi troppe responsabilità sarà possibile selezionare una modalità “facile” (che raccomandiamo nel caso della prima run) prima di iniziare una partita così da semplificare un po’ i comandi ed evitare di perdere un personaggio per un semplice errore.

Sarà inoltre sempre possibile utilizzare una particolare modalità di scansione (mantenendo premuto R2) che bloccherà il tempo e ci consentirà di vedere tutti gli oggetti con cui sarà possibile interagire, controllare gli obiettivi attuali ed utilizzare con più libertà la telecamera per controllare l’ambiente circostante. Infine possiamo dire che per i tre personaggi principali avremo alcune piccole differenze nel gameplay, con ad esempio sezioni “stealth”, e fasi prettamente investigative per il nostro Connor.

Longevità

L’elemento durata in questo titolo è estremamente variabile, poiché con un numero smodato di finali possibili ne esistono anche di “prematuri”. In generale comunque abbiamo una longevità massima per una singola partita che si aggira attorno alle 11 ore, che però ovviamente può aumentare di molto data l’altissima rigiocabilità di cui il gioco dispone.

Comparto Tecnico

Sul lato del comparto tecnico di Detroit Become Human gli sviluppatori dimostrano di aver svolto un grande lavoro in generale, con un’eccellente qualità grafica di insieme, buone texture e poligoni ed uno stupendo lavoro di Notion capture per le animazioni facciali dei personaggi. Musiche stupende accompagneranno la nostra avventura e i doppiatori italiani sono riusciti a compiere un ottimo lavoro nel portare la giusta enfasi agli attori originali (con solo alcuni casi sottotono).

Come uniche note negative (vista la quasi totale assenza di bug, al limite potremo assistere a qualche strano comportamento nell’IA degli NPC) bisogna parlare della telecamera che in alcuni casi risulta essere difficilmente manovrabile ed in alcuni casi i cambi di visuale ci costringeranno a cambiare il verso del movimento o in alternativa il nostro personaggio cambierà senso di marcia. Infine abbiamo trovato che molto spesso la semplificazione delle scelte di dialogo in un’unica parola (ad esempio premi X per un approccio “realistico”) risulta essere eccessivamente riduttiva e poco intuitiva con un conseguente utilizzo di frasi che magari, se ci fosse stata in anticipo la possibilità di controllare, non avremmo utilizzato.

 

Ritorniamo a parlare per l’ultima volta del grande titolo targato Warner Bros: “La Terra di Mezzo – L’ombra della guerra” per l’espansione conclusiva intitolata La desolazione di Mordor.

La seconda ed ultima espansione intitolata La desolazione di Mordor ci porterà ad impersonare un nuovo personaggio che già abbiamo avuto di conoscere durante l’avventura principale, ovvero Baranor, sergente dell’ormai caduta città di Minas Ithil. Nei suoi panni esploreremo un territorio totalmente nuovo ed esclusivo: le desertiche terre di Lithlad allo scopo di conquistare la cittadella di orchi che domina sull’intera regione. A tale scopo dovremo reclutare dei mercenari dalla compagnia dei “Figli Evanescenti” utilizzando monete ottenibili durante le varie missioni, attività, o recuperabili da cadaveri. A livello di storia, dunque, non ci sarà niente di particolarmente eccezionale o intrigante, sostanzialmente sarà sempre la solita conquista di una cittadella con un piccolo contorno di trama esclusiva e le dovute modifiche che saranno presenti nel gameplay (inclusa una nuova bestia selvatica) delle quali parleremo di seguito. Ovviamente Baranor non sarà dotato come nel caso di Talion o Elthariel di un anello del potere, di conseguenza questo sarà l’unico modo per ottenere una forza in grado di prendere d’assedio la cittadella; da ciò, però, deriva anche il fatto che questo nuovo protagonista non sarà dotato di nessun potere visto fino ad ora (dalla dominazione di orchi ai salti acrobatici).

Per colmare questo difetto gli sviluppatori hanno fatto in modo tale da dotare Baranor di un intero ed innovativo armamentario per migliorarne la mobilità e le possibilità in combattimento. Infatti riguardo alla mobilità riceveremo sin da subito (da una vecchia conoscenza per chi ha avuto modo di giocare al primo capitolo) un rampino ed un paracadute; mentre invece per quanto riguarda l’armamentario inizialmente non avremo tantissime novità (ad eccezione dello scudo e di una balestra rapida che andrà a sostituire l’arco), ma nelle varie aree di gioco potremo trovare dei particolari schemi per sbloccare nuove abilità uniche come la possibilità di utilizzare il rampino in combattimento, uno scudo “infuocato”, sbloccare nuovi dardi per la balestra e persino la possibilità di usare rampino e paracadute in maniera più “rapida ed efficiente” (in perfetto stile Just Cause!). Inoltre per ogni elemento dell’equipaggiamento (spada lunga, spada corta, balestra, scudo ed armatura) potremo ottenere dei potenziamenti soprattutto tramite l’eliminazione di capitani nemici e che una volta applicati saranno permanenti! Infine è importante dire che sempre per l’assenza dell’anello Baranor non sarà immortale, e pertanto nel caso in cui doveste morire durante l’avventura subirete una specie di “permadeath” andando a perdere i mercenari ottenuti ed alcuni progressi nel gioco, ma non quelli legati alla storia. Fortunatamente per riuscire ad evitare questo spiacevole epilogo sarà sufficiente ricordarsi di avere sempre con se delle pozioni di cura (visto che non sarà presente neanche una cura automatica) per ripristinare la salute.

Nel complesso, dunque, con La desolazione di Mordor il titolo cerca di introdurre alcune interessanti novità nell’ambito del gameplay così da aggiungere varietà anche se, ovviamente, la formula di base non cambia. Purtroppo però sul lato trama e longevità (circa 2-3 ore per riuscire a completare il tutto senza tralasciare particolari) si sarebbe potuto certamente fare di più riducendo quasi (e vorrei sottolineare questo quasi visto che comunque qualche innovazione c’è stata) il tutto ad un semplice “allungamento del brodo” anche se qualcuno potrebbe apprezzare il sistema di punteggio conferito a fine espansione e sfruttarlo come spunto per aumentarne la rigiocabilità e di conseguenza la longevità.

Rieccoci finalmente per parlare dell’ultima parte de Le Cronache della Libertà, insieme di espansioni introdotte in Wolfenstein II, con il capitolo conclusivo intitolato: Le Gesta del Capitano Wilkins, il quale raffrontato con le altre due espansioni pecca da un certo punto di vista, mentre da un altro risulta essere più interessante.

Questa terza espansione per Wolfenstein II intitolata le Gesta del Capitano Wilkins ci metterà, per l’appunto, nei panni del Capitano Wilkins, un ex eroe di guerra che durante il secondo conflitto mondiale (esattamente come B.J. Blazkovic) fece incetta di nazisti, ma purtroppo con la vittoria del conflitto da parte di questi ultimi fu costretto a sparire dalla circolazione restando nascosto per molti anni. Adesso però dopo essere stato ricontattato da un suo vecchio commilitone, questa macchina di morte si ritroverà a tornare sul campo ad un’età non indifferente per combattere di nuovo contro la minaccia nazista, ed in particolare distruggere il Sonnengewehr (cannone del sole di cui abbiamo già sentito parlare nelle precedenti espansioni). La storia procederà, come di consueto, attraverso tre capitoli della durata complessiva di circa un’ora e mezza, ma questa volta (a nostro avviso) in maniera certamente più accattivante ed interessante rispetto alle precedenti espansioni; non mancherà inoltre qualche piccolo (anche se abbastanza prevedibile) colpo di scena.

Purtroppo però nel gameplay la ripetitività raggiungerà il suo grado massimo poiché il Capitano Wilkins sarà esattamente identico (in termini di capacità ed equipaggiamento) a Blazkovic. Facendo ovviamente l’eccezione del bipode come unico equipaggiamento aggiuntivo (come era già intuibile viste le precedenti espansioni). Nonostante tutto, comunque sia ci troveremo di fronte un buon level design ovviamente sviluppato e pensato con una buona verticalità per consentirci di sfruttare il più possibile il bipode per riuscire a proseguire. Anche questa volta, infine, potremo ottenere potenziamenti per le armi semplicemente andandoli a ritrovare nelle varie mappe di gioco. Per quanto riguarda le mappe bisogna anche dire che queste non sono più riciclate dal gioco principale ma create a posta con qualche piccola variazione estetica. Nel complesso, dunque, abbiamo una terza espansione per Wolfenstein II abbastanza interessante dal lato della storia, ma che purtroppo come per le altre espansioni (ad eccezione, in piccola parte, per la seconda) non riesce ad apportare nessuna novità al gameplay lasciando non sfruttato un elemento che sicuramente avrebbe potuto apportare alle espansioni maggior pregio e varietà.

Recensione Wolfenstein II: link
Recensione Le Avventure di Pistolero Joe: link
Recensione i Diari dell’agente Morte Silenziosa: link

Moss è il nuovo titolo prodotto in esclusiva per il Playstation VR che fa della semplicità il suo più grande e piacevole pregio.

Tutti siamo stati piccoli, e tutti almeno una volta abbiamo prestato l’orecchio ad una fiaba narrataci da un parente; quindi tutti possiamo comprendere la gioia di un bambino nell’ascoltare una bella fiaba che parla di mondi magici, creature del bosco e regni lontani lontani prima di addormentarsi. Moss fa esattamente questo: raccontarci una stupenda storia attraverso tanti scenari ed ambientazioni diverse. Ci troveremo nei panni (appunto) di un semplice lettore che però diventerà parte integrante della storia che sta leggendo riuscendo così anche ad interagire con la protagonista della storia, ovvero una piccola topolina di nome Quill (ed anche qui suonano campanelli: chi non ricorda il buon Bastian Balthasar Bux della “Storia Infinita”??). Un tempo il suo popolo viveva in un maestoso castello ma venne decimato da degli esseri malvagi durante la cosiddetta “notte di cenere” ed i sopravvissuti dovettero rifugiarsi nella foresta, perdendo però il loro Re nella battaglia assieme alla sua “reliquia di vetro”. In seguito, per fermare l’avanzata degli invasori e limitare la loro presenza al castello, il generale, aiutato da un “campione” dei folletti (dotato anch’esso di una “reliquia di vetro”), riuscì a sigillare il passaggio per la foresta ma purtroppo il “campione”, ferito durante la battaglia morì nella foresta poco dopo. Dal suo corpo nacque un albero ed un giorno la protagonista, durante una delle sue consuete esplorazioni, passandoci accanto ritrova la reliquia perduta e così facendo crea un legame indissolubile tra noi e lei (la quale riuscirà anche a vederci).

Da questo momento l’intero titolo si svilupperà attraverso sequenze prettamente narrative nelle quali dovremo semplicemente sfogliare le pagine del libro che stiamo leggendo con la storia che ci verrà narrata da una voce fuori campo, ed altre sequenze di platform e di numerosissimi puzzle che ci accompagneranno durante l’intera avventura e che rappresentano l’elemento portante di Moss. Nel seguire le vicende della piccola Quill inevitabilmente ci affezioneremo a lei creando un vero e proprio legame e così di frequente ci capiterà di preoccuparci per lei, sorridere quando ci porgerà i suoi ringraziamenti (rigorosamente usando il linguaggio dei segni), quando dovremo o potremo interagire con lei, o quando vorrà farci capire qualcosa, così da vivere al meglio l’intera fiaba; così come la vivrebbe un bambino: con semplicità e con la ricchezza del piacere di scoprire come andrà avanti (anche se non esattamente come andrà a finire visto che questo sarà solamente uno dei “libri che dovremo leggere” per arrivare al vero “The End”) per una durata complessiva che si aggira attorno alle 3 ore.

Essenzialmente il nostro dovere sarà quello di aiutare Quill spostando elementi dello scenario utilizzando il controller come un’estensione della nostra mano ed al contempo controllare la protagonista per farla muovere negli scenari o eventualmente per combattere le creature che ci si paleseranno di fronte. Il tutto con molta semplicità: avremo un solo comando per attaccare ed uno per schivare, uno per far saltare ed arrampicare Quill ed un altro per manovrare gli oggetti; riuscire ad utilizzare tutto in maniera armonica sarà fondamentale per risolvere i puzzle che spesso dovremo affrontare. Tutto spostandoci tra i numerosissimi scenari presenti come se fossero vere pagine di un libro e che dal punto di vista estetico e di grafica non deludono assolutamente, così come anche dal punto di vista del sonoro con musiche, suoni e doppiaggi (non sarà presente l’italiano tra le lingue presenti, neanche per menu e sottotitoli) stupendi. Nel complesso ogni cosa riesce a funzionare egregiamente con ogni elemento che assieme agli altri riesce a colpire e coinvolgere molto di più di quanto non farebbe cambiando qualcosa o considerandolo singolarmente; il tutto contornato da uno stupendo comparto audio con bellissime musiche di accompagnamento e doppiaggi ed un ottimo livello grafico.

Sin dalla sua data di annuncio The Impatient convinse tutti per le sequenze di gioco mostrate e per il fatto che prometteva di gettare una nuova luce sul passato dell’universo di Until Dawn spiegando ciò che accadde veramente all’interno del sanatorio Blackwood.

Trama 

Come già detto, per l’appunto, The Impatient ci narrerà degli eventi del sanatorio Blackwood e della creazione dei Wendigo mettendoci nei panni di un paziente che non riesce neanche a ricordare il suo nome ma ha solo dei vaghi ricordi del suo passato più recente. Possiamo dire che il piano narrativo è suddiviso in due branche: una principale che spiega gli eventi appena descritti facendoceli vivere in prima persona, ed una secondaria che ci farà comprendere la nostra identità e perchè ci troviamo lì. Quest’ultima viene narrata attraverso oggetti sparsi per le varie aree di gioco, con i quali interagendo risveglieremo ricordi sul nostro passato. Il tutto, complessivamente, riesce a funzionare bene riportando anchein vita l’elemento “butterfly effect” già presente in Until Dawn con scelte che possono influenzare il futuro e, di conseguenza, la fine della storia.

Gameplay

Purtroppo ciò che non ci aspettavamo è che il Gameplay fosse il grosso punto debole dell’intera opera; questo perchè in sostanza si tratta di un’esperienza VR in prima persona con scarsi elementi di gameplay che si traducono in scelte di dialogo (con la possibilità, in questo caso, di poter effettuare le scelte direttamente con la nostra voce così da aumentare il livello di immedesimazione), interazione con oggetti per sbloccare i ricordi e, solo in rari casi, per compiere azioni determinanti; il tutto contornato da qualche “jumpscare” piazzato qua e là. Avremmo certamente apprezzato di più una nostra maggiore azione partecipativa all’interno della vicenda e non semplicemente limitare il tutto a poche interazioni e soprattutto conversazioni in fasi di esplorazione con altri personaggi; oppure ancora inserire più momenti frenetici ed ansiogeni (come ad esempio “l’interazione” con i Wendigo che evitiamo di descrivere per chi si approccia per la prima volta a questo titolo e non conosce Until Dawn).

Un altro grosso problema è l’ottimizzazione del controller Ps4 all’interno del gioco: pare chiaro che il gioco è costituito per l’utilizzo con i controller Move ma non c’è stata un’ottimizzazione per il controller. Dunque se non disporrete dei Move sarete costretti ad azioni che diverranno frustranti come anche il solo e semplice movimento che risulterà essere legnoso e poco responsivo in alcune situazioni, mentre in altre (parliamo nel caso della rotazione rapida della telecamera) lo sarà anche troppo. Inoltre nel caso dell’interazione con alcuni oggetti ambientali sarà estremamente difficile manovrare la vostra mano con risultati a cavallo tra l’ilarità e la frustrazione; citiamo nel particolare un’interazione non esattamente ben riuscita con la pulsantiera di un ascensore e qualche grosso problema con l’uso della torcia che in alcune situazioni pareva rispondere malissimo ai comandi. Tutto ciò perchè l’utilizzo del controller si basa sulla funzione del giroscopio che purtroppo non riesce sempre ad essere preciso come dovrebbe.

Longevità

Per quanto riguarda la durata di The Impatient ci troviamo sì di fronte ad un titolo dalla durata abbastanza ridotta (non più di tre ore per completare l’intera trama ed esplorare, per quel poco che ci è permesso) ma d’altro canto è un elemento relativamente funzionale perchè ci consente di poter rigiocare il titolo senza troppe remore e così da riuscire a ritrovare tutti i nostri ricordi oppure scoprire altri modi in cui la trama può dipanarsi.

Comparto Tecnico

Dal punto di vista della grafica questo titolo riesce senza dubbio a convincere con texture nel complesso ben fatte e soprattutto animazioni facciali dei vari personaggi di ottimo livello (tranne nel caso di alcuni piccoli simpatici deficit) ma siamo rimasti scontenti dell’assenza di controllo sulla luminosità del gioco dalle impostazioni in considerazione del fatto che in alcuni momenti il buio la fa anche troppo da padrona. Di ottimo livello, infine, il doppiaggio in lingua italiana.

Ecco il ritorno delle avventure di Frank West in questo quarto capitolo della serie di Dead Rising che finalmente approda anche sulla console di casa Sony con dei piccoli extra.

Dead Rising 4 fu presentato durante l’E3 del 2016 come esclusiva Xbox e Pc ma da adesso, ad un anno di distanza dalla sua uscita sui dispositivi microsoft, anche i possessori di Ps4 potranno godere appieno di questo divertente titolo marchiato Capcom; inoltre in questa nuova edizione intitolata Dead Rising 4: Frank’s Big Package saranno disponibili tutti i contenuti scaricabili precedentemente rilasciati per Xbox (Stocking Stuffer Holiday Pack, Frank Rising, Super Ultra Dead Rising 4 Mini Golf). In aggiunta saranno presenti i seguenti contenuti bonus:

  • Street Fighter Outfit Pack 
  • My Bloody Valentine Pack 
  • Candy Cane Crossbow 
  • Slicecycle 
  • Sir-Ice-A-Lot 
  • Ugly Winter Sweater
  • X-Fists

Infine è stata aggiunta un’ulteriore modalità di gioco esclusiva e chiamata “Capcom Heroes”.

Trama

Dopo la sua comparsa nel primo capitolo della serie e nello spin-off del secondo capitolo (Off the Records) avremo il ritorno del simpatico e carismatico Frank West, famoso reporter. A seguito delle precedenti epidemie zombie ci ritroveremo ad affrontare un nuovo caso alla ricerca di uno scoop degno di nota dopo essere stati coinvolti dalla nostra allieva Vicky in ciò che sembra essere un esperimento governativo su cavie umane nella città di Willamette. Ben presto però una nuova epidemia esploderà ed il nostro compito sarà scoprire la verità sull’accaduto affrontando tanti, tantissimi zombie ed una società chiamata Obscuris la quale è interessata a trovare qualcosa nella città. Il tutto sarà caratterizzato da un ironico clima natalizio con zombie e psicopatici travestiti da omini di marzapane, pupazzi di neve e quant’altro.

La trama principale si dipanerà attraverso 7 casi in totale, i quali ci guideranno attraverso le varie zone della città (tutte esplorabili liberamente) senza però costringerci alla linearità e lasciandoci quasi sempre la possibilità di gironzolare per la città alla ricerca di sopravvissuti, eventi secondari, nuovi strumenti di morte o semplicemente massacrare qualche zombie per passare il tempo. Le fasi di esplorazione saranno spesso intervallate da fasi di indagine in stile Batman con l’utilizzo della nostra videocamera dotata di due filtri differenti per poter trovare oggetti di interesse o altri invisibili ad occhio nudo. La narrazione non rappresenta di certo un punto forte del titolo e procede in maniera lineare con qualche punto saliente, ma serve essenzialmente come accompagnamento a ciò che ha sempre contraddistinto i giochi della serie di Dead Rising, ovvero il gameplay.

Gameplay

La formula utilizzata per questo nuovo capitolo di Dead Rising è la solita già vista in precedenza. Avremo a disposizione un’area di gioco complessivamente molto ampia e ricca di collezionabili da raccogliere, oggetti utili ed eventi e missioni secondarie (inclusa la possibilità di salvare sopravvissuti che si trasferiranno nei rifugi sbloccabili per tutta la città con la possibilità di sbloccare nuovi oggetti in vendita dai rivenditori presenti), ma soprattutto ricolma di un numero smodato di zombie, tutti lì per soddisfare il nostro sadico bisogno di massacrarne qualche centinaio tra una missione principale e l’altra nei modi più disparati; ed è proprio questo l’elemento che da sempre ha caratterizzato particolarmente questa serie di giochi. Difatti, disseminati in ogni dove per la mappa di gioco (negozi, appartamenti, e rifugi) troveremo oggetti di ogni tipo (da giocattoli o detergenti fino ad arrivare a vere e proprie armi contundenti o da fuoco come spade, pistole e granate). Molti di questi oggetti potranno essere combinati con un secondo oggetto per creare vere e proprie armi di distruzione di massa per le quali i creatori hanno spremuto ogni grammo di fantasia che avevano in corpo (oltre alle classiche mazze da baseball corredate di chiodi). Combinando un coltello da cucina ed una bombola di azoto, ad esempio, potremo creare una spada di ghiaccio in grado di congelare (anche con onde d’urto) i nostri nemici; oppure ancora unendo un mitra con delle parti di computer otterremo un letale fucile a laser.

Le combinazioni sono davvero numerosissime e molto varie e non si limitano alle sole armi ma anche a veicoli così da creare piccoli carri armati su quattro ruote, go-kart elettrici e tanto altro… Per poter costruire questi oggetti “speciali”, però, avremo prima bisogno del loro progetto di costruzione. Questo potrà essere trovato in determinati luoghi della mappa facilmente raggiungibili oppure contenuti in armadietti che per essere aperti necessiteranno di un’apposita chiave situata, solitamente, nei paraggi. In alternativa potremo acquistare le armi già combinate nei rifugi dove troveremo dei sopravvissuti che venderanno ogni tipo di merce. È importante tenere sempre presente che ogni arma ha un numero di utilizzo limitato, ed infatti in corrispondenza di ogni arma sarà segnalato il suo grado di usura, inoltre raggiunto un certo numero di attacchi in combo potremo sferrare un attacco speciale che varierà in base al tipo di arma impugnata. Un’interessante introduzione al gioco è l’aggiunta dei cosiddetti esoscheletri, i quali potranno essere utilizzati per sterminare rapidamente gruppi di zombie, grazie anche alla presenza di armi e potenziamenti sparsi per la mappa (da notare però che anche questi si esauriranno molto rapidamente con l’utilizzo; forse anche troppo rapidamente).

Il gioco ci propone, inoltre un sistema di albero delle abilità sbloccabili salendo di livello e che vanno da una maggior probabilità di colpi critici alla possibilità di poter trasportare più armi corpo a corpo, da lancio e così via. È stata implementata anche una modalità stealth anche se purtroppo risulta essere pressoché inutile nelle fasi contro gli esseri umani. Infine a differenza dei suoi predecessori Dead Rising 4 non ripropone il sistema incessante del tempo che scandiva ogni momento del gioco e che, se vogliamo, dava qualche limitazione al gameplay; infatti adesso avremo semplicemente un ciclo giorno/notte con la possibilità di esplorare ogni zona liberamente in qualsiasi momento. Infine sarà possibile giocare in modalità Coop fino a 4 giocatori.

Contenuti Extra

I tre maggiori contenuti extra aggiunti in questa edizione (Capcom Heroes, Super Ultra Dead Rising 4 Mini Golf e Frank Rising) meritano una piccola menzione a parte. Capcom Heroes sostanzialmente ripropone la stessa modalità principale ma con l’aggiunta dei costumi dei più famosi eroi della Capcom. Le armi non si consumeranno con l’utilizzo ed i costumi potranno essere indossati presso particolari macchinette da sala giochi sparse per la mappa. Questi ci conferiranno per un breve tempo una gamma di speciali abilità (inclusi gli attacchi di base), ciascuno con i suoi punti di forza e di debolezza. Potremo, così, impersonare Dante dalla serie Devil May Cry, Amaterasu da Okami, diversi personaggi di Street Fighter inclusi Mr Bison e Akuma, Mega Man, Viewtiful Joe e tanti altri. Per sbloccare i costumi dovremo completare i vari casi e cercare le stelle Eroi Capcom, grazie alle quali, una volta collezionate a sufficienza, si sbloccherà un nuovo costume. Infine ogni costume potrà essere potenziato attraverso gli esercizi “Addestramento eroe”, questi verranno sbloccati sbloccando nuovi costumi e si compongono di due livelli di sfida: completando il primo si sbloccherà il colpo corpo a corpo letale per quel costume mentre completando il secondo si sbloccherà la versione ombra (esteticamente diversa) per quel costume.

Super Ultra Dead Rising 4 Mini Golf invece ci permetterà di giocare (eventualmente anche contro altri 4 giocatori online oppure in locale) ad una vera e propria partita di “mini golf” con tanto di palle da golf enormi, malus per avversari chiamati “Rompipalle” e la possibilità (come al solito) di uccidere qualche zombie nel frattempo. Infatti lo scopo principale sarà quello di fare buca in meno colpi possibile ma eliminando zombie si guadagneranno crediti da utilizzare per personalizzare il proprio personaggio con nuovi costumi, mazze e palline.

Frank Rising, infine, ci metterà nei panni di un furioso Frank West tramutato in zombie in una storia alternativa; il nostro scopo sarà trovare una cura e fuggire dalla città il prima possibile con un timer che in questo caso scandirà ogni momento della partita. Con l’avanzare dell’espansione sbloccheremo nuove abilità e ciascuna di queste potrà essere potenziata (così come vari attributi come la salute e la stamina) raccogliendo particolari oggetti o completando delle missioni secondarie. Il tutto per riuscire a combattere meglio contro i vari tipi di nemici che troveremo soprattutto in considerazione del fatto che potremo contare solamente sui nostri attacchi speciali da zombie, sui nostri artigli e per rigenerare la salute divorare gli avversari dopo aver ricaricato la barra delle combo. Questo contenuto però va necessariamente giocato dopo aver completato la trama principale del gioco poiché contiene diversi spoiler su di essa.

Longevità

Sotto il punto di vista della longevità Dead Rising 4: Frank’s Big Package garantisce un’ottima durata complessiva che può variare dalle 10 ore circa per il solo completamento della campagna principale fino anche a raddoppiare o addirittura triplicarle per completare tutte le missioni secondarie, dedicarsi alla libera esplorazione e raccogliere tutti i collezionabili; senza poi contare le ore di gioco aggiuntive nei diversi contenuti extra e la possibilità di giocare in coop alla modalità principale ma anche all’espansione Super Ultra Dead Rising 4 Mini Golf. Purtroppo però la ripetitività non mancherà di palesarsi di frequente a causa della relativa staticità del gameplay ravvivato solo dalla continua scoperta di nuovi ed interessanti strumenti di morti; complice anche la scarsa varietà che le missioni secondarie aggiungono.

Comparto Tecnico

Sul lato della grafica Dead Rising 4 non brilla certamente; i modelli poligonali e le texture sono di buona qualità ma comunque nulla di eccelso. Complessivamente comunque a livello visivo è piacevolmente giocabile anche grazie ad un framerate abbastanza stabile nonostante lo smodato numero di zombie che saranno presenti a schermo. Buono anche il comparto audio con ottimi doppiaggi e simpatiche musiche natalizie “adatte all’occasione”. Infine da segnalare qualche problema con l’IA (che spesso mostra non pochi difetti), alcuni Bug e compenetrazioni frequenti ma, in ogni caso, nulla di prevaricante l’esperienza di gioco.

Final Fantasy XV ritorna con l’espansione Comrades che ci permette di giocare in cooperativa online fino a quattro giocatori. Ecco la nostra recensione.

Dopo la campagna principale di Final Fantasy XV (che abbiamo avuto già modo di trattare nella nostra recensione) ed i vari dlc usciti fino ad oggi il gioco ci propone un’interessante espansione chiamata Comrades. Questa ci porterà nuovamente nelle terre di Eos ma nel periodo successivo alla partenza di Noctis e dei suoi compagni per Altissia e del lungo viaggio che ne consegue. L’oscurità sta pian piano prendendo il sopravvento ed i giorni diventano sempre più corti; in questa situazione l’unica soluzione per scampare alla minaccia di mostri e daemon è quella di rifugiarsi nella città di Lestallum, la quale è protetta dalla sua centrale elettrica che garantisce luce e quindi riparo a tutta la popolazione. Noi saremo uno degli Angoni del Re (più noti agli utenti che hanno avuto modo di vedere il film Kingsglaive) i quali traggono potere dal Re in persona, e ci risveglieremo in seguito all’attacco di mostri perché portati in salvo da un nuovo amico per poi partire alla volta di Lestallum dove incontreremo nuove e vecchie conoscenze.

Final Fantasy XV: Comrades avrà inizio con la personalizzazione del nostro avatar (molto dettagliata) che ci consentirà di scegliere le fattezze del nostro personaggio a noi più congeniali, oltre che poter scegliere la sua provenienza; quest’ultimo fattore ci permetterà di ottenere bonus specifici ogni volta che saliremo di livello (ad esempio alla salute, al danno, magia e così via). Arrivati in città ci verrà affidata la “gestione dell’impianto elettrico” e dovremo iniziare con il riportare la corrente in tutti i distretti di Lestallum per poi riportare la corrente in tutto il territorio (e specialmente nelle più grandi città dove può essere organizzata una resistenza contro i daemon). Per fare ciò dovremo alimentare la centrale per sviluppare energia elettrica (KiloWatt) ottenendo frammenti di meteorite. Questi potranno essere ottenuti attraverso le missioni di caccia (soprattutto), missioni principali (da compiere in solitaria), particolari attività secondarie o riportando la corrente in alcuni giacimenti. Il tutto sarà dunque basato sull’ottenimento di questi frammenti completando e, soprattutto, ripetendo le missioni di caccia (ne verranno sbloccate di nuove man mano che riporteremo l’elettricità nelle varie zone ma, comunque, andando avanti diventerà sempre più difficile ottenere energia e quindi nuove missioni, per cui ci ritroveremo spesso e volentieri a ripetere più e più volte le stesse missioni). Tutte queste missioni avranno un livello consigliato ed ovviamente diventeranno più difficili con il proseguire del gioco; per quanto esse possano essere bilanciate durante il matchmaking potrebbe capitarvi di imbattere in un compagno di livello di molto superiore al vostro e a quello della missione e che ridurrà il livello di sfida a zero così da riuscire a salire rapidamente di livello ed ottenere ricompense migliori.

La formula di base di Comrades è quella appena descritta mentre il gameplay di base resta abbastanza simile a quello di Final Fantasy XV ma non senza portare alcune interessanti novità: innanzitutto prima di ogni missione ci verrà richiesto se avviare una ricerca rapida di una lobby, trovarne una di persona oppure partire con compagni virtuali. Dopodiché giungeremo in un accampamento dove dovremo prepararci alla battaglia selezionando l’equipaggiamento e raccogliendo gli ingredienti presenti (potremo raccoglierne altri durante la caccia). Questi serviranno per rianimarci se resteremo esausti ma anche a fine missione, poiché arriverà qualcuno per cucinare delle leccornie per noi sulla base degli ingredienti che noi ed i nostri compagni avremo raccolto. Durante le battaglie non sarà possibile recuperare la nostra salute con oggetti e pozioni ma unicamente attraverso la magia di recupero (consumando PM) ed inoltre sarà presente una magia offensiva alla quale potranno essere aggiunti i diversi elementi. Inoltre premendo il tasto deputato alla difesa creeremo uno scudo in grado di difenderci dagli attacchi (ed eventualmente difendere anche i nostri compagni) e sarà anche possibile eseguire i contrattacchi, i quali, se eseguiti contro i boss, attiveranno la modalità proiezione congiunta nella quale la velocità del nemico rallenterà e tutte le nostre proiezioni offensive infliggeranno un danno maggiorato e se concatenate potranno estendere la durata di questa modalità.

Altre due interessanti novità all’interno di Final Fantasy XV: Comrades sono l’aggiunta dei cosiddetti Doni Sovrani e della Sintetizzatrice di Cid. I primi sono particolari bonus passivi ed attivi da selezionare in base al nostro stile di gioco ed alla situazione e che potremo sbloccare portando l’elettricità fino ai mausolei dei vecchi Re ed equipaggiante uno per volta; invece la Sintetizzatrice apporterà interessanti bonus alle nostre armi. Questo strumento, infatti, ci consentirà di migliorare le nostre armi utilizzando i bottini ottenuti durante le nostre missioni; questi oltre a migliorare il danno inflitto dall’arma una volta salita di livello (fornendole esperienza) conferiranno diversi bonus passivi (come aumento della forza, della magia o del danno elementare) ed anche particolari abilità (equipaggiabili in numero massimo di due per ogni arma ed in grado di aggiungere per esempio danno elementare all’arma o alle nostre magie, ridurre la difesa o l’attacco dei nemici, paralisi o veleno e così via). Una meccanica associata alla Sintetizzatrice ma non ben spiegata dal gioco è quella del Rimodellamento delle Armi. Infatti il gioco ci farà sapere sin da subito che alcune armi una volta potenziate al massimo potranno cambiare aspetto e raggiungendo un nuovo level cap. Per sfruttare al meglio questa utilissima meccanica dovrete innanzitutto accertarvi che la vostra arma sia in grado di essere rimodellata (vi basterà controllare se tra le statistiche ne spunterà una con al di sotto una barra di esperienza); in tal caso dovrete cercare di potenziare l’arma concentrandovi su quelle caratteristiche da migliorare con il bottino, così, una volta raggiunto il livello richiesto per quella statistica ed una volta raggiunto il livello massimo attuale l’arma verrà automaticamente rimodellata.