Sin dalla sua data di annuncio The Impatient convinse tutti per le sequenze di gioco mostrate e per il fatto che prometteva di gettare una nuova luce sul passato dell’universo di Until Dawn spiegando ciò che accadde veramente all’interno del sanatorio Blackwood.

Trama 

Come già detto, per l’appunto, The Impatient ci narrerà degli eventi del sanatorio Blackwood e della creazione dei Wendigo mettendoci nei panni di un paziente che non riesce neanche a ricordare il suo nome ma ha solo dei vaghi ricordi del suo passato più recente. Possiamo dire che il piano narrativo è suddiviso in due branche: una principale che spiega gli eventi appena descritti facendoceli vivere in prima persona, ed una secondaria che ci farà comprendere la nostra identità e perchè ci troviamo lì. Quest’ultima viene narrata attraverso oggetti sparsi per le varie aree di gioco, con i quali interagendo risveglieremo ricordi sul nostro passato. Il tutto, complessivamente, riesce a funzionare bene riportando anchein vita l’elemento “butterfly effect” già presente in Until Dawn con scelte che possono influenzare il futuro e, di conseguenza, la fine della storia.

Gameplay

Purtroppo ciò che non ci aspettavamo è che il Gameplay fosse il grosso punto debole dell’intera opera; questo perchè in sostanza si tratta di un’esperienza VR in prima persona con scarsi elementi di gameplay che si traducono in scelte di dialogo (con la possibilità, in questo caso, di poter effettuare le scelte direttamente con la nostra voce così da aumentare il livello di immedesimazione), interazione con oggetti per sbloccare i ricordi e, solo in rari casi, per compiere azioni determinanti; il tutto contornato da qualche “jumpscare” piazzato qua e là. Avremmo certamente apprezzato di più una nostra maggiore azione partecipativa all’interno della vicenda e non semplicemente limitare il tutto a poche interazioni e soprattutto conversazioni in fasi di esplorazione con altri personaggi; oppure ancora inserire più momenti frenetici ed ansiogeni (come ad esempio “l’interazione” con i Wendigo che evitiamo di descrivere per chi si approccia per la prima volta a questo titolo e non conosce Until Dawn).

Un altro grosso problema è l’ottimizzazione del controller Ps4 all’interno del gioco: pare chiaro che il gioco è costituito per l’utilizzo con i controller Move ma non c’è stata un’ottimizzazione per il controller. Dunque se non disporrete dei Move sarete costretti ad azioni che diverranno frustranti come anche il solo e semplice movimento che risulterà essere legnoso e poco responsivo in alcune situazioni, mentre in altre (parliamo nel caso della rotazione rapida della telecamera) lo sarà anche troppo. Inoltre nel caso dell’interazione con alcuni oggetti ambientali sarà estremamente difficile manovrare la vostra mano con risultati a cavallo tra l’ilarità e la frustrazione; citiamo nel particolare un’interazione non esattamente ben riuscita con la pulsantiera di un ascensore e qualche grosso problema con l’uso della torcia che in alcune situazioni pareva rispondere malissimo ai comandi. Tutto ciò perchè l’utilizzo del controller si basa sulla funzione del giroscopio che purtroppo non riesce sempre ad essere preciso come dovrebbe.

Longevità

Per quanto riguarda la durata di The Impatient ci troviamo sì di fronte ad un titolo dalla durata abbastanza ridotta (non più di tre ore per completare l’intera trama ed esplorare, per quel poco che ci è permesso) ma d’altro canto è un elemento relativamente funzionale perchè ci consente di poter rigiocare il titolo senza troppe remore e così da riuscire a ritrovare tutti i nostri ricordi oppure scoprire altri modi in cui la trama può dipanarsi.

Comparto Tecnico

Dal punto di vista della grafica questo titolo riesce senza dubbio a convincere con texture nel complesso ben fatte e soprattutto animazioni facciali dei vari personaggi di ottimo livello (tranne nel caso di alcuni piccoli simpatici deficit) ma siamo rimasti scontenti dell’assenza di controllo sulla luminosità del gioco dalle impostazioni in considerazione del fatto che in alcuni momenti il buio la fa anche troppo da padrona. Di ottimo livello, infine, il doppiaggio in lingua italiana.