Con questo articolo inauguriamo una nuova rubrica di GeeXmag. Una rubrica che conterrà approfondimenti, opinioni, idee e discussioni nate dalla testa della redazione. Una sorta di spazio libero, dove, una volta a settimana, uno di noi vi parlerà di quello che gli passa per la testa, ovviamente a tema videoludico.

Abbiamo deciso di inaugurare la rubrica parlando proprio di un’inaugurazione. Sabato 4 marzo, a due passi dal Politecnico di Milano, ha aperto i battenti il MOBA Cafè, locale interamente dedicato al gaming. Nel pomeriggio, mentre buona parte dei nerds lombardi (e non solo) si aggirava per i padiglioni del Cartoomics di Rho Fiera, un nutrito gruppo di videogiocatori si è accampato in via Pascoli ad attendere l’apertura delle porte. Ovviamente anche noi di GeeXmag non potevamo mancare all’appello, quindi, puntuali “come la morte e le tasse” (cit.), ci siamo presentati armati di macchine fotografiche e tanta curiosità.

Tralasciando l’immancabile ritardo dell’inizio dell’evento e la quantità di gente (fatto comunque positivo), il MOBA è davvero ben pensato e dotato di tutti i gingilli che possono far felice un gamer. Diviso su tre piani, solo il piano terra è effettivamente un locale a tutti gli effetti, con bancone e tavolini. Gli altri due “livelli” sono dotati di postazioni di gaming console e pc. Asus e Samsung sono gli official partner del posto, e hanno davvero provveduto a tutto. In particolare, al secondo piano si contano ben 25 postazioni da gaming pc. E stiamo parlando di macchine davvero impressionanti.

Non mi soffermerò sull’evento in sé, che comunque è stato un successo, anche grazie alla partecipazione di streamer famosi e influencer. Anche i tre redattori presenti se la sono goduta un sacco, come testimoniano le numerose foto che abbiamo scattato (a proposito, in fondo trovate una gallery con gli scatti più belli). Piuttosto, voglio condividere con voi una considerazione che mi sono portato dietro, nata sulla strada di ritorno verso casa dal MOBA.
I videogiochi sono un fenomeno mondiale da diverso tempo, un medium trans-generazionale, vasto per utenza e per varietà di prodotti. Il videogioco è un ambiente vivo, fatto di community sempre più ampie. I ragazzini di un tempo, cresciuti a pane e Amiga, ora sono degli adulti, magari che hanno a loro volta dei figli con i quali condividono la stessa passione per l’intrattenimento videoludico. Si vendono magliette e gadget a tema, si fanno film basati su videogiochi di successo, e i protagonisti delle serie videoludiche più fortunate sono conosciuti praticamente da chiunque (anche mia nonna sa chi è Mario. E lei ha 89 anni.)

Eppure.

Eppure, soprattutto nel Bel paese, rimane ancora l’idea che il fenomeno videoludico abbia una dimensione infantile, ristretta, frivola e poco sociale. Si stigmatizza ancora il videogiocatore, additandolo come “nerd”, sfigato, o peggio, addossando ai videogames la colpa di qualunque fenomeno di cronaca nera che veda coinvolto un individuo al di sotto dei trent’anni. Insomma, il buon vecchio stereotipo del gamer problematico, asociale ed emarginato è ancora ben saldo nelle menti di chi non ha mai giocato (o l’ha fatto e ora, per qualche motivo, non lo fa più).

E poco importa se sul web i videogames siano tra gli argomenti più discussi, che gli youtubers con più iscritti siano gamers o che sui social ci siano decine e decine di pagine e gruppi dedicati alla nostra passione preferita. L’idea dominante è che il videogioco sia un’attività che si fa in solitaria, rinchiusi al buio della propria cameretta, che è destinata a rovinare l’individuo che la pratica (un po’ come le pugnette che fanno diventare ciechi, ma peggio). Ci sono le fiere specializzate, direte voi. Certamente, ma anche queste restano, agli occhi della massa, un mondo strano, bizzarro, non del tutto compreso e soprattutto mai realmente accettato.

Sabato, mentre sgusciavo tra la folla del MOBA nell’intento di realizzare qualche scatto che potesse essere degno di tale nome da mettere in questo articolo (le mia abilità da fotografo sono alquanto discutibili, potete giudicare voi stessi), ho avuto modo di osservare i partecipanti da vicino. Ho ascoltato di sfuggita le discussioni, le risate, i commenti e ho respirato la loro stessa aria. Un’aria allegra e festaiola, come è comprensibile e giusto che fosse.

 

Ecco, ho visto il gaming uscire dalle abitazioni private e dalle community online e catapultarsi nel mondo reale, quello fatto di bar, negozi, librerie. Praticamente in centro a Milano, di fianco all’università. In un locale vero, con bancone, tavolini, cibarie e beveraggi. Ha cominciato allora a farsi largo nella mia testa la consapevolezza che il MOBA e gli altri (pochi) locali dello stesso genere in Italia non siano solo delle attività commerciali incentrate su un determinato ambito dell’intrattenimento (anche se sono sicuro che questo sia il primo intento dei proprietari), ma che rappresentino anche un primo, vero, importante passo verso la piena accettazione del nostro hobby preferito da parte di coloro che non sono abituati a passare del tempo libero con il gamepad in mano. È un’opportunità importante per combattere gli stereotipi di genere. Come a dire: “Ehi! Siamo nel mondo reale. Vieni a prendere un caffè con noi, non mordiamo mica!”

L’accettazione di un fenomeno passa anche per come questo riesce ad insinuarsi nella normalità, a ritagliarsi il proprio posto nella società diventandone parte integrante e non bersaglio mobile facilmente individuabile. Quando diventa quotidiano e non straordinario.

Ecco perchè abbiamo disperatamente bisogno di locali come il MOBA.